Retrospettiva Brass, gli anni d’oro del cinema che voleva cambiare la realtà

65bda90659Nell’atto faticoso di districarci all’interno della selva degli esordi che animarono il panorama cinematografico degli anni Sessanta, risulta degno d’attenzione, oltre che doveroso, raccontare non solo e non tanto della carriera di Tinto Brass – favorevolmente dominato dalla sua attività successiva e dominante all’insegna del soft-porno o dell’erotico che dir si voglia – ma soprattutto del suo esordio, sconosciuto ai più, e legato ad umori interessanti, chiaramente ascrivibili alle opere eclettiche e difficilmente classificabili del decennio ’60-’70. Dal periodo iconoclasta e contestatario del filone sperimentale, Brass nella sua attività successiva esprime il vitalismo allo stato puro (“La chiave” del 1983 ne rappresenta il confine ultimo), siglando un passaggio fondamentale nella storia del costume nazionale.

Sulla scia caotica e frizzante delle tante nouvelles vagues, vibranti d’ansia e speranze di rinnovamento, il giovane regista dimostra una straordinaria capacità di coltivare e di attraversare il sistema dei generi, con una vena personalissima e feconda, ma anche di frequentare, totalmente a suo agio, il territorio battuto della commedia all’italiana. Noto come alfiere del piacere, Brass può da sempre considerarsi un deragliatore nei confronti della cultura ufficiale. Il regista agisce in dissonanza rispetto all’omologazione di canoni estetici, formali ed etici che impone di produrre film confezionati già con un occhio di riguardo a futuri passaggi televisivi.

Cinefilo esasperato, il giovane Tinto lavora al casellario della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale e conosce Lotte Eisner, che gli apre le porte del magico archivio della Cinémathèque française di Henri Langlois, grande direttore, anima geniale e guida di una passionale iniziazione amorosa verso il cinema. Brass si prepara a passare dietro la macchina da presa, respirando e formandosi al contatto non solo con la nascente nuova onda francese, ma avvicinandosi con naturalezza a tre maestri emeriti, Ivens, Cavalcanti e Rossellini, che lo aiutano a completare quel glorioso apprendistato.tintobrass09

Dai film controcorrente e di ricerca, Brass passa al western, al film storico, all’erotico. La predilezione per il cinema di genere, con il suo repertorio di topoi e la tendenza alla serialità, sottolinea ulteriormente la sua scarsa considerazione per la narrazione originale: il dispositivo filmico conta più di ciò che una singola opera contiene ed offre al pubblico.

Formalizzazione stilistica e ossessione del segno. L’autonomia tipica del linguaggio cinematografico diventa quindi il fine stesso della pratica intellettuale, idea fissa, poesia che si fa traccia in movimento, nel susseguirsi dei fotogrammi. Un segno duro, visuale, a tratti pastellato, di un certo surrealismo impressionista (Buñuel fu un epigono per lui). Il Brass touch si nutre del fascino di Aretino, Boccaccio, Balzac, Tanizaki, Roland Barthes trasferendo sullo schermo i toni dell’innamoramento per la linguistica e lo strutturalismo, favorendo quel modo di guardare all’opera che prescinde dal contenuto, ma ne legge il linguaggio e il significante e da quello fa derivare il significato, evitando facili analisi contenutistiche. Fumetto, op-art e sperimentazione linguistica si legano all’espressività soggettiva della pittura, all’accumulazione di tipo grafico linearistico degli elementi, alla sovrapposizione delle immagini su trame non sempre dominanti.

Carismatico, istrionico, ironico, estremo. Brass mostra da subito diverse costanti di pregio: mano felice alla macchina da presa, capacità di costruire flussi di senso robusti e gustosi, viraggio visionario e poetico delle sequenze, passione per le arti figurative (il lucido surrealismo di Dalì, i quadri del primo Rinascimento), influenze letterarie ed esperienza maturata. A confluire in schemi creativi tutt’altro che banali in cui si ritrova quel desiderio di animare la rappresentazione che ha dato vita al cinema stesso, la pulsione e l’urgenza di marchiare la suggestione delle immagini in movimento con i gesti della propria anima, ovvero delle proprie pulsioni e ossessioni. Prima nella fase surrealista e sperimentale, poi nel ciclo erotico: due facce della stessa medaglia.

Il progetto cinematografico di Brass, affascinato in gioventù dalla formula del documentario, tenderà poi a limitare l’introspezione e la ricerca della psicologia dei personaggi, abbandonando la parola e affidandosi più all’immagine che al testo o alla recitazione. Molti suoi film sembrano destinati a una memoria senz’audio, fatta dal fluire delle immagini, dall’esaltazione dei corpi che si muovono in ambienti ricorrenti e familiari: un contesto cinematografico visivo in cui la storia nasce dal susseguirsi dei fotogrammi.

Un cineasta sorpendente, che ha riversato la sua forte vena anarchica nella rappresentazione della realtà, mix esplosivo e dissacrante di cultura underground e letteratura pulp. Sangue, violenza, tragedia, liberazione, follia, ribellione. Un gaudioso happening laico, con il neo, almeno secondo gli eventuali censori per professione o per fede, dell’erotismo più spinto.

Erika Di Giulio

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