La zona: i muri tra noi e gli altri

la zonaCittà del Messico. La Zona. Un quartiere dai colori accesissimi: il verde delle siepi, così perfette da parere finte, il rosso vivo delle divise scolastiche dei ragazzini, il bianco smagliante delle case. Un paesaggio che si riflette sul vetro della macchina di Alejandro, ragazzo sedicenne che sta lasciando il quartiere, non sappiamo ancora perché. Certo il suo viso così assorto contrasta con la leggerezza di una situazione idilliaca, da sabato del villaggio opulento e contemporaneo.

Sarà il volo lieve di una farfalla a collegare il primo mondo, la zona dei ricchi, con il secondo, quello della povertà, rappresentato con una moltitudine di case ammassate, rese identiche da un’uniforme patina di bianco sporco. Il confronto è volutamente impressionante e ci prepara ad una storia di ingiustizia sociale, ma non sappiamo ancora fino a che punto questa ingiustizia saprà spingersi.

La farfalla sfiora il muro e il filo spinato, andando dal dentro al fuori, e tentando di superare senza congegni elettronici i confini altrimenti invalicabili tra la tranquillità della Zona e il mondo inquietante oltre confine. Anche lei rimane fulminata da un simile azzardo, come a dire che non ci può essere leggerezza in questo passaggio.

Poi, il dramma dell’antefatto. In una notte di temporale, tre ragazzi sono incoraggiati dal caso ad oltrepassare il muro: il temporale ha fatto cadere un tabellone pubblicitario, che, piombando con forza sul muro, è riuscito a creare una facilissima via d’accesso, un varco che diventa per i tre tentazione, alla quale non sanno resistere. Vengono sorpresi a rubare da una signora: la uccidono e sono a loro volta uccisi da un abitante del quartiere.

Tranne Miguel, il quindicenne che si era accodato agli altri due, e che ora fugge e si nasconde proprio nella cantina di Alejandro. Da questo momento il film diventa una forsennata caccia all’uomo, senza interruzioni e con raccapricciante accanimento. La logica dei residenti è qualcosa di primordiale: o noi o loro! Nascondono le prove degli omicidi, insensibili alle richieste dei parenti dei tre ragazzi, impediscono l’ingresso alla polizia in virtù di uno statuto speciale di cui vantano il privilegio.

La reazione emotiva dello spettatore non può essere che di rabbia, soprattutto in questo periodo, in cui si sente parlare di ronde, come fossimo piombati in un preoccupante delirio medievale. Gli abitanti della Zona sono armati fino ai denti: pistole, fucili, arpioni; donne e uomini, giovani e anziani vanno a caccia, come davvero si trattasse della loro sopravvivenza.

La rabbia che ci invade e non possiamo esprimere (che si può fare del resto al cinema, mica si può urlare contro lo schermo?) si fa tristezza, e quando anche la polizia volta le spalle a Miguel, lasciandolo in balia della folla omicida, proviamo un senso di oppressione che fa quasi male al cuore.

Preghiamo perché almeno una persona buona sappia compiere un gesto efficace. Il commissario indaga a dispetto di tutti: arriverà in tempo? Sì, ma dovrà piegarsi alla corruzione del suo superiore. Un uomo prima, una donna poi abbandonano indignati l’assemblea fanatica dei residenti e si spera che uno di loro salvi Miguel: non succede. La madre di Alejandro esprime il suo dissenso e la nostra speranza si rinnova, ma la sua voce sarà inascoltata come quella di una Cassandra messicana; il padre di Alejandro sembra avere qualche incertezza, tradire negli occhi un ripensamento.

Sarà lui a salvare il nostro ragazzo indifeso? No, lui non è capace del salto necessario per la sua di salvezza, vittima com’è di una coazione a ripetere che gli fa rivivere una storia familiare di gioventù, una storia di sfiducia nelle istituzioni e di violenza subita.

Di sicuro è questo il personaggio più drammatico di tutta la narrazione; il viso sempre sofferto, lo sguardo preoccupato sul figlio, l’arrendevolezza nei confronti dell’assemblea, che si capisce però non lo risolleva dalle sue responsabilità. Lui e solo lui, insieme alla moglie, darà libero sfogo al pianto verso la fine del film.

E allora, toccherà allo stesso Alejandro salvare Miguel? Alejandro che in un primo momento condivide la caccia all’uomo degli adulti e quando incontra il suo coetaneo in cantina, comincia a proteggerlo, curarlo, nutrirlo, e gli suggerisce le possibili vie di fuga. Ma anche il suo tentativo fallisce, lasciandoci il sapore della tenerezza di due adolescenze che nella loro diversità si incontrano, si sfiorano per entrare poi in un contatto più autentico.

Il film racconta anche la storia di una crescita, quella di Alejandro, che come tutte le evoluzioni, avviene a scapito di qualcos’altro. Si cresce sempre rinunciando a qualcosa, separandosi, ma il prezzo che il nostro protagonista è costretto a pagare è davvero troppo alto. Dovrà guardare in faccia l’apparir del vero (diceva Leopardi), un mondo cieco di adulti nevrotici, egoisti, nuovi barbari, per i quali la vita di un ragazzino vale meno delle false sicurezze, funzionali alla loro sopravvivenza, non certo alla loro vita.

Diceva Maslow che la nevrosi è la privazione del sé, inteso come sé autentico. Certo è un rimpicciolimento della coscienza, un restringere lo sguardo, il limite autoimposto alla propria vita. E quando le singole nevrosi si sommano, si rispecchiano le une nelle altre, si amplificano nella psicosi collettiva, quando il fantasma dell’altro da sé (percepito come pericoloso) diventa un nemico reale, la vendetta non è più fantasticata ma agita, fino al definitivo offuscamento della ragione.

Per il nostro adolescente non è proprio quella che si dice una bella lezione di vita. Alla fine si ripete la stessa scena dell’inizio, quasi identica. La macchina che lentamente percorre le strade pulite del quartiere; ma ormai sappiamo che pulite non sono, che il sangue dei tre giovani le ha macchiate per sempre.

E’ un per sempre che vale però solo per noi, per Alejandro, per i suoi genitori e per quelle pochissime persone che hanno dimostrato di possedere ancora un’anima limpida; come l’uomo anziano che ha ucciso i primi due giovani e maledice il possesso della pistola e annega, come è giusto che sia, nei sensi di colpa.

Per il resto, mentre Alejandro esce dalla Zona, incontra una ragazza dall’aria molto perbene che sta facendo jogging con una tuta bianca costosa e immacolata; una famigliola felice che sta partendo per le vacanze, i ragazzini che vanno tranquillamente a scuola e un signore anziano (lo avevamo già visto all’inizio) che è il ritratto della vecchiaia serena; legge indisturbato il giornale in compagnia del suo cane. Per un attimo solo ricompare la farfalla, ma questa volta il passaggio tra i due mondi è reso attraverso il cancello che si apre per far passare la macchina di Alejandro.

La Zona e Città del Messico, quella vera, non sono più viste dall’alto verso il basso, come nella prima scena, bensì alla stessa altezza dell’automobile che esce dal quartiere residenziale. Finalmente uno sguardo in soggettiva che ci fa vedere la vicenda con gli occhi del nostro adolescente, per buona parte della storia confuso con gli altri personaggi; solo alla fine si esce dal tono un po’ documentaristico della narrazione e ci si può commuovere fino in fondo mentre Alejandro cerca per il proprio amico una sepoltura più umana del cassonetto a cui la Zona lo aveva destinato.

Una brutta, bruttissima storia, ben raccontata che ci mette in guarda sui rischi della proiezione, forse tra i meccanismi di difesa quello più disonesto, perché fa male a chi la mette in atto e si allontana così dal vero sé e nuoce a chi diventa oggetto di un congegno, quello proiettivo, raffinato e dannoso nello stesso tempo.

In più, questa triste vicenda ci insegna che non ci sono difese alle difese ossessive, né quelle contorte della mente né quelle sofisticate della tecnologia: le telecamere non potranno mai proteggerci dai fantasmi; anche i muri tra noi e gli altri, sia quelli di mattoni che quelli dell’anima, prima o poi cederanno e non ci sarà una struttura, individuale o collettiva, abbastanza solida da reggere la caduta.

Margherita Fratantonio

 

 

 

La zona

Regia: RodrigoPlà

Sceneggiatura: Rodrigo Plà, Laura Santullo

Interpreti: Daniel Gimenez Caho, Maribel Verdù, Daniel Tovar, Carlos Bardem, Marina de Tavira, Mario Zaragoza

Produzione: Morena Films, Buenaventura Producciones, Fidecine, Estrategia Autovisual

Distribuzione: Sacher distribuzione

Durata: 97 minuti

Data uscita: 8 aprile 2008

voto: 4/5

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...