Army of the Dead

Conclusa la sua a dir poco travagliata esperienza con l’universo DC, Zack Snyder torna a confrontarsi con uno zombie movie, lo stesso genere che diciassette anni fa, al suo esordio da regista nel dibatutto “L’alba dei morti viventi”, gli permise di farsi conoscere dal grande pubblico e dalle più importanti major Hollywoodiane. “Army of the Dead” segue la storia di un gruppo di civili ed ex militari che accettano, in cambio di un’ingente somma di denaro, di inoltrarsi in una Las Vegas confinata e blindata anni prima in seguito all’invasione di un’orda di non-morti per recuperare duecento milioni di dollari rimasti custoditi all’interno di un caveau. Sfortunatamente il film, che sicuramente può essere considerato un enorme successo a livello commerciale, riconferma (una volta ancora) tutti i limiti di un regista che non sembra in grado di andare oltre la vuota spettacolarità del proprio contenuto e che fatica terribilmente nel dare sostanza ad un soggetto gia discutibile di per se. Se da un lato infatti risulta impossibile non lodare l’eccellente lavoro svolto col trucco e l’ottima resa degli effetti speciali, complice anche un budget da ben novanta milioni di dollari, dall’altro tuttavia il film sembra risentire del peso gravoso di una sceneggiatura che, scritta (per la prima volta) dallo stesso Snyder, Shay Hatten e da Joby Harold (“King Arthur – Il potere della spada”), non ci prova nemmeno ad emergere dalla feroce superficialità di cui è impregnata; motivo per cui i personaggi risultano trascurati e privi di ogni sorta di spessore, del tutto incapaci di rapire l’attenzione o la reale curiosità dello spettatore. Anche da un punto di vista attoriale il film si rivela una delusione, con un cast costretto in ruoli eccessivamente caricaturali ed un Dave Bautista decisamente sottotono rispetto alle sue ultime buone uscite (“Guardiani della Galassia”, “Blade Runner 2049”). In definitiva “Army of the Dead” è un film tanto spettacolare quanto inefficace, assolutamente immaturo per come è stato pensato e scritto, e che malgrado l’enorme successo di pubblico e il plauso dei fan più fedeli del cinema di Snyder non può non essere annoverato tra i tanti (troppi) buchi nell’acqua targati Netflix.

Patrick Maurizio Ferrara.

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