Rifkin’s Festival

Tra i primi film a godere delle riaperture delle sale cinematografiche in questo travagliato 2021, “Rifkin’s Festival”, il cinquantesimo lavoro della monumentale filmografia di Woody Allen, di certo non è all’altezza dei capolavori che nel corso degli anni hanno fatto del regista newyorkese un’intramontabile oggetto di culto e molto probabilmente non verrà ricordato dai più, ma rappresenta tuttavia un tassello importante per comprendere al meglio lo sfaccettato ed estroso percorso di un autore che a ottant’anni compiuti, ormai sul finire della carriera, confeziona un’opera sentita come poche altre e dal prezioso valore artistico. Protagonista del film è Mort Rifkin, un ex professore di cinema sul punto di scrivere il suo primo romanzo, il quale decide di accompagnare sua moglie Sue, press agent di un giovane e aitante regista in rapida ascesa, al festival del cinema di San Sebastiàn. Qui una serie di circostanze più o meno fortuite e l’incontro con una dottoressa del luogo spingeranno Mort a interrogarsi sulle sue scelte di vita e sul significato profondo dell’arte. La sceneggiatura, pur presentando qualche cono d’ombra sparso qua e là e un approfondimento non sempre accurato di alcuni personaggi (il pittore, su tutti), risulta comunque piacevolissima, ricca di quell’umorismo di stampo tipicamente Alleniano e permeata da un senso d’inquietudine e di inadeguatezza generale quasi commovente. Inoltre le scene reinterpretate, un sentito tributo da parte del regista ai suoi maestri più cari (da Fellini a Godard, passando per Truffaut e Bergman), possono dirsi pienamente riuscite nella loro sincera semplicità. Per la messa in scena del film Allen decide di collaborare per la quarta volta consecutiva (dopo “Cafè Society”, “La ruota delle meraviglie” e “Un giorno di pioggia a New York”) con il tre volte premio oscar Vittorio Storaro, ormai consolidatosi, qui una volta ancora, come uno dei più importanti direttori della fotografia attualmente in circolazione. Infatti le immagini che ci regala sono al contempo vivide e sognanti e introducono lo spettatore in un’atmosfera nostalgica dal sentore profondamente malinconico. Forse ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più sul fronte della recitazione; malgrado una buona prova generale da parte del cast infatti, la sensazione finale è che al film manchi un attore o un’attrice davvero riconoscibile e trascinante.

Patrick Maurizio Ferrara.

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