La metà del doppio

Parole soffocate in gola. Parole come suoni, che sfuggono a un abbraccio. Parole che restano, in attesa di senso. La storia che non dice. L’immaginazione che galoppa. E l’ago passa e ripassa nella cruna circostanziale del tempo.

Sette racconti e nulla più. E una manciata di personaggi, tormentati da una ricongiunzione (im)possibile, nel tentativo goffo e disperato di colmare una distanza. Pennellate dense. Interstizi di assurdo spalancati sul mondo che avevamo immaginato.

Intimistico solo per un attimo, fasciato nel doppio abito della scrittura che attraversa e mescola senza sosta visioni linguistiche e mondi letterari, gemmoderivati del fantastico – premonizioni, magia, sogno e superstizioni – in cui rivive sana la tradizione sudamericana con i riferimenti ai grandi autori (da Macedonio Fernández, a Borges, a Calvino).

Condensa vertiginosa e affascinante che seduce e avvolge, claustrofobica di vuoti d’aria e piani temporali messi a soqquadro, insieme ai punti di vista cangianti e alle prospettive sempre in movimento, nell’ordito che stringe a sé lettore, autore e personaggi.

Si muove febbrile Bermúdez, cinepresa alla mano, dentro-fuori, a ritrovare le sue creature. E non le accudisce con fare demiurgico, non ha riservato premi di consolazione. Ha donato loro i suoi stessi dubbi, condividendone la medesima, sacra, vertigine, e con lui il lettore, mano nella mano. I vorticosi e affollati pedinamenti dei lunghi piani sequenza cedono il passo a stacchi rapidi e alternati che hanno il getto di una folata nordica. E siamo lì, dove le storie si fanno, nel tempo in cui le trame si negoziano, storditi dall’incedere circolare e stratificato del racconto, vittime delle contingenze. Dividere, ripetere, moltiplicare per poi divider(ci) ancora. Il doppio e la sua metà. La macchia scura dell’affabulazione. Il godimento ironico dell’intertestualità.

“La scrittura che scrive se stessa mentre si guarda scrivere”. Una linea verticale, polisemica. La finzione è un pretesto umoristico e poetico che minaccia il linguaggio stesso e abbandona la trama per fabbricare visioni. E il linguaggio transfigura e abdica a favore del visivo e se ne va a zonzo per stanze costruite a colpi secchi di aperture e chiusure tecnicamente perfette, praticando tagli aperti su fessure stracolme di luci e ombre. Che le storie perdute sono una malattia mortale e occorre raccontarle, a rischio di restarne ossessionati. Persi nel furore mentale, trascinati dal fiume in piena degli scarti, dall’incertezza eccitante dei dettagli, banali e imperfetti. Trapassati da una biforcazione infinita di scrittura e vita. Bermúdez riavvolge il nastro disvelando l’assurdo, rigirando il coltello nella piaga dei fardelli, della nostalgia, della solitudine e della paralisi emotiva, in un viaggio irrequieto sull’orlo della finzione e del verosimile, che trattiene il lettore con forza. Nel mulinello dei cerchi concentrici e della struttura labirintica, deliri allucinatori, desideri da inseguire, sigarette dopo l’amore, cartoline per viaggiare da fermi, porte che si chiudono, presagi da allontanare, bruciore di stomaco, disabilità fisica ed esistenziale.

Un atto unico e irripetibile. Atto detonatore, a esplodere le costruzioni e le costrizioni logiche del pensiero. Seguirà un silenzio simbolico. Un meraviglioso gesto di negazione, dopo tanto creare.

Erika Di Giulio

Titolo: La metà del doppio

Autore: Fernando Bermúdez 

Cura, traduzione e postfazione: Giovanni Barone

Casa Editrice: Edizioni Spartaco, 2020

Pagine: 140

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