La partita.

Il film di Francesco Carnesecchi, al suo primo lungometraggio, è un miscuglio ben amalgamato di drammaticità, cinismo e ironia che riesce, pur con qualche difficoltà, a catturare l’attenzione dello spettatore e a riportare in auge un genere, quello sportivo, quasi del tutto dimenticato dal panorama cinematografico nostrano. “La partita” segue le vicende che ruotano attorno allo Sporting Quarticciolo, anonima e sfiduciata squadra dilettantistica della provincia romana, concentrandosi in particolar modo su Antonio, giovane calciatore di belle speranze, l’allenatore Claudio, precario e con un figlio in arrivo, e il presidente Italo, vecchio e sommerso dai debiti. Inevitabilmente e in maniera solo apparentemente casuale, le storie di questi personaggi sono destinate ad intrecciarsi tra loro e ad interferire l’una nell’altra, segnando le sorti del proprio futuro. L’idea di fondo del film è molto interessante; lo spettatore di fatto viene rinchiuso nel campo da gioco, sballottolato da una parte all’altra dello stadio, dagli uffici agli spogliatoi, dalle gradinate al bar, senza che gli venga concessa la benché minima possibilità di fuggire da quel luogo dimenticato e apparentemente fuori dal tempo, contaminato da un’atmosfera degradante e amara che mestamente avvolge e paralizza le vite di tutti nei quartieri di periferia. Non a caso le scene meno convincenti sono proprio quelle che si svolgono lontano dalla partita (quella della comunione ad esempio, così come quelle girate nella macchina di Antonio), che alla lunga tendono ad appiattire e ad appesantire il film. Carnesecchi dai dimostra un regista capace, con una buona mano e idee interessanti, aiutato dall’ottimo lavoro alla fotografia di Stefano Ferrari; insieme regalando immagini crude, sporche, piene della polvere e del terriccio del campo su cui si gioca la finale, il che aiuta lo spettatore ad entrare e a lasciarsi trasportare nel vivo della narrazione. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Carnesecchi, non convince pienamente, rimasta forse troppo ancorata ai cliché e agli stereotipi dei film di genere sportivo, risultando in alcuni momenti banale e confusionaria, ma riesce tuttavia ad imprimere al film un tono drammatico e fortemente malinconico, smorzato quando serve da una ironica amara ma comunque divertente. Il finale inoltre, cinico e spietato, è stata una piacevolissima sorpresa. Per quanto riguarda gli attori c’è da sottolineare una buona prova corale del cast, guidato da un notevole Alberto Di Stasio, abile nel dare vita a quello che probabilmente è il personaggio più interessante tra tutti, il presidente, un uomo sconsolato e nostalgico, derelitto di un tempo ormai finito rimasto tuttavia ancorato ai valori e alle speranze del passato, e da Francesco Pannofino, perfettamente a suo agio nelle vesti di allenatore. Sono sicuro che il giovane Carnesecchi continuerà a far parlare di se in futuro; d’altronde col suo esordio, malgrado qualche imperfezione, ha già dimostrato che idee e talento non mancano.

Patrick Maurizio Ferrara.

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