Le parole perdute di Modesta Valenti

le-parole-perdute-di-via-Modesta-ValentiModesta Valenti un indirizzo sicuro non ce l’aveva mai avuto. Era solo una barbona lasciata morire a 71 anni il 31 gennaio del 1983. Una mattina che a stazione Termini faceva tanto freddo e nella quale pure i soccorritori si rifiutarono di salvarla. Che si sa quanto puzzano i barboni e che ne puoi sapere che c’hanno addosso. A lei una strada non gliel’hanno mai intitolata e la sua data di nascita chi se la ricorda, ma oggi Via Modesta Valenti è un luogo fittizio, che sebbene non esista fisicamente, consente a tutte le persone senza fissa dimora di eleggerla come propria residenza per accedere a servizi e diritti. Antonomasia della disperazione e dell’emarginazione, della povertà, delle speranze infrante e di tutte le possibilità negate, è lo spazio randagio delle parole perdute, che pendono dalla tasche bucate di chi la vive e la percorre.

Sebbene conservi una purezza innata, è vario e multiforme il linguaggio del popolo. Sa di tempi e andature diverse, di mondi lontani e mai dimenticati, di ricordi che bruciano. Amato lo conosce e non lo evita e consegna al lettore una mappatura umana del territorio nella disumanizzazione dilagante, “stralci di stracci” alla disperata ricerca di un ascolto attivo: aforismi, mottetti, leggende, fiabe in cui si mescolano senza soluzione di continuità, prosa e poesia, versetti haiku ed ermetismo, fughe nel mito e nel racconto fantastico. Un prosimetro di taglio sociale, impastato al cemento e al vociare unico e solo, che passa e ripassa da tutte quelle scuri immaginarie.

Finestre aperte sul disagio e sulla sofferenza, sulla gigantesca incoerenza e sul vuoto cosmico che hanno denutrito la compassione e il senso di solidarietà umana. Roma capitale degli ultimi, ma capitale di niente, si fa dimora stratificata e danneggiata di tutti gli ultimi del mondo, che la attraversano feriti, senza lasciare traccia. Non hanno voce quelli, ma gridano forte, si dibattono al freddo, nelle notti di dolore, mentre sognano di mondi più giusti. Condannati all’oblio, scheletri che gli ballano nell’armadio, invocano un’identità perduta, mentre si avventano su un mozzicone ancora caldo. Roma divisa, abusata, glorificata, occupata e sgomberata. Sepolcro imbiancato e mercato a cielo aperto di tutti gli odori possibili. Roma triste con la cappa d’estate. Che se poi te ne vai ti manca. Roma città aperta alla corruzione e al malaffare. Roma bestia grossa e ferita. Roma nuda e prostituta. Testa bassa e occhi altrove per non infettarsi. L’uomo nero è lo schiavo del potere, ammaestrato dall’odio. 

Amato tesse rime amare e barre sinestetiche di verismo metropolitano, e nell’elenco dei mali fa scivolare superstizioni, vizi capitali, malocchi e cronache di zingare indovine, mentre fa la conta dei padri persi e dei figli rinnegati, descrivendo nel moto allucinatorio il meccanismo inceppato del Tempo che ha fatto il vago, della Giustizia morta ammazzata e della Pietas violentata.

Nel mare blu dei sacchi a pelo, brulica uno sciame sgangherato di reietti senza redenzione, nati dalla parte sbagliata, vite appese al niente, vittime di una carità che offende, a parlare da soli, a parlare al niente. Si raccontano favole antiche per resistere e conciliarsi il sonno, Ivo il gigante, l’ultimo degli eroi, (anche lui che brutta fine) e Cola da Messina, che sapeva ascoltare il mare e aveva barattato le sue gambe per una coda di pesce.

E il barbone di Piazza Vittorio prega per tutti e la sua carezza si fa universale. Prega sempre quello, pure mentre dorme e pure per Dio che non lo prega mai nessuno, tanto è gratis. E ancora ninnenanne dolciamare, gironi infernali di carta stagnola, abbracci spezzati, esistenze fantasma, sgretolate alle intemperie che non perdonano, piedi senza scarpe sulla Togliatti, camere da letto di cartone. L’odore della notte, quello sì che è forte e fa male.

Un viaggio crudo e malinconico tra pezzi di luna, lucciole canterine, morti di stato, bolle d’afa e gelo che rompe le ossa, abortendo sogni e lamenti. L’urlo soffocato a ridestare quella necessità più che mai vitale di perdersi negli altri, nel desiderio di una restaurazione (im)possibile di empatia, accettazione, tolleranza.

Amato dice velocemente, senza filtri. Perché è di questo che c’è bisogno, che si sappia. Che le parole di Modesta ci hanno preso il cuore. E non siano perdute per davvero.

 

Erika Di Giulio

 

Titolo: Le parole perdute di Modesta Valenti

Autore: Salvatore Amato

Casa editrice: Monetti Editore, 2019

Pagine: 97

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