Tavolo numero sette, matrimonio con delitto.

copertina-tavolo-numero-7-fronte-01Ci sono inviti ai quali non riesci proprio a dare una spiegazione. Il tuo collega Nick si sposa. Non che aveste poi tutta questa confidenza, ma di tanti compagni di lavoro quello ha scelto te. Ti tocca. Che sarà mai, due chicchi di riso, qualche maschera di trucco colato, una camicia stirata per l’occasione e voilà, pronto per la fiera delle belle intenzioni. Prendi pure un pacchetto di preservativi, che non si sa mai.

Ed eccoti come un povero idiota al tavolo degli sconosciuti, il numero sette. Con te una coppia di sposi, Massimo e Federica – che due uccelletti inseparabili erano pure meno – Deborah con l’h, vispa adolescente, iperconnessa e di pollice specialmente opponibile, Nicoletta, madre rassegnata, e un uomo distinto, Camillo Bordin, quello della sentenza sbagliata. L’appestato. Nessuno sembra volerci parlare con lui.

Ma neanche il tempo di realizzare che dovrai ubriacarti per sopravvivere a tutto questo – mentre tra una portata e l’altra sarai sicuramente lì a far lamentele sull’afa, la qualità del cibo e non esistono più le mezze stagioni – che ti ritrovi d’improvviso al centro di un intenso dibattito in merito a un duplice efferato omicidio perpetrato qualche tempo prima. Due donne morte ammazzate: una madre e sua figlia, quest’ultima con l’ossessione dello shopping compulsivo e pure incinta. L’unico imputato, un agente di recupero crediti, tale Pietro Erardi, giudicato infine non colpevole e assolto da Camillo, integerrimo uomo di diritto, nonché Presidente della Corte d’assise e individuo al momento più odiato sulla faccia della terra, che pure il giornalaio gli ha tolto il saluto.

Ma perché il Dottor B. ha salvato quest’uomo per il quale tutti auspicavano una condanna esemplare? E chi è allora il vero assassino? Stare a quel tavolo ti insegnerà qualcosa, lo senti.

Ed ecco che il banchetto di nozze si fa teatro animato di un processo e di una sentenza. Il processo degli astanti all’uomo di legge, il quale con pazienza, professionalità e rigore mette in fila ragioni e operato, prove e testimonianze, dimostrando come per fare giustizia occorra avviare procedimenti e dar luce e voce ai fatti, al riparo da ogni pregiudizio, dal sentito dire, dall’opinione comune. In faccia al gelo degli eventi e senza la coperta calda delle storie che coprono le spalle. A garanzia universale della logica e alla ricerca pura della verità.

Già autore di Toringrad per Spartaco Editore (2016), Darien Levani torna con un romanzo a metà tra giallo investigativo e legal thriller, in cui attraverso l’evidente compattezza di fondo a mimare le tre unità aristoteliche di azione, tempo e luogo, costruisce e celebra minuziosamente la tragedia del sistema giudiziario, chiamato a dare risposte e a farlo in fretta. E se ogni rappresentazione ha regole proprie e inviolabili che non prevedono interscambio, quando l’informazione passa attraverso i social network e la vox populi si fa unità di misura, avventarsi sul malcapitato di turno è un attimo.

Perché mai rinunciare a un momento di gloria perdendo un’ottima occasione per tacere? Perchè c’è bisogno di un colpevole contro cui combattere per non pensare alla monnezza sotto al tappeto, sembrerebbe ovvio.

Camillo Bordin abbatte tesi fantasiose, sospira al cospetto dei limiti del sistema, insiste sulle motivazioni, muovendosi sul filo spinato che separa le ipotesi dalla realtà e portando in carico un peso enorme. E il suo è un grido disperato e silenzioso, nel tentativo estremo e razionale di preservare la natura e il senso ultimo della Giustizia, nell’eterno conflitto tra aletheia e doxa, che il pubblico certe cose le vuole sapere meglio e prima, eccitato com’è dalla possibilità di sbattere il mostro in prima pagina e di spolparlo vivo al cospetto del circo mediatico, magari in uno di quei salotti televisivi con il criminologo brizzolato che fa tanto share.

Ironico e pungente, Levani punta dritto e inesorabile fino al taglio della torta, dà le carte e lascia accumulare la tensione, gestendo il ritmo mai calante nell’incastro dei dialoghi e dei punti di vista. E ci ricorda che, a dispetto della retorica giudiziaria e del suo linguaggio obsoleto le parole sono importanti, anche se imperfette, seppur d’uomo. Ci sono e occorre farne buon uso.

 

Erika Di Giulio

 

Titolo: Tavolo numero sette

Autore: Darien Levani

Casa Editrice: Edizioni Spartaco, 2019

Pagine: 215

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