Aladdin (2019)

Deve aver spiazzato in molti, me compreso, la scelta della Disney di affidare le riprese di uno dei suoi più importanti live action, considerato l’enorme successo del film originale del ’92, ad un regista estroso e particolarmente controverso come Guy Ritchie, autore di capolavori come “Lock e stock – Pazzin scatenati” e “Snatch – Lo strappo”, che fin dagli esordi si è sempre contraddistinto per uno stile molto vivace, esuberante, dinamico, per i giochi ad incastro in trame sempre molto articolate, per l’unicità di sceneggiature basate quasi esclusivamente su slang e dialetti britannici che raccontano di criminali strampalati e di situazioni ai limiti dell’assurdo e per un modo tutto suo di fare cinema che lo ha consacrato, almeno in patria, come il “Tarantino inglese”. Eppure, nonostante le legittime perplessità iniziali, “Aladdin” dimostra di avere le carte in regole per affermarsi come uno dei migliori rifacimenti prodotti finora, alla stregua de “Il grande e potente Oz” e de “Lo schiaccianoci e i quattro regni”, e seppur con qualche evidente difetto sparso qua e la, ha il merito di riportare sul grande schermo quel senso di freschezza e vivacità tanto apprezzato nel film originale. Se la trama è rimasta pressoché invariata, le canzoni, per via di problemi col doppiaggio, hanno subito delle leggere variazioni, ma grazie anche al contributo di coreografie trascinanti e dinamiche (stupenda quella di “Un amico come me”), riescono comunque a farsi apprezzare e a coinvolgere lo spettatore nell’andamento del film. Uno degli aspetti che maggiormente convince è senza dubbio la scenografia, molto colorita e variegata, che contribuisce a dare ancora più vivacità alla storia e ai personaggi, mentre i costumi dal canto loro lasciano un pò a desiderare, non che siano brutti (anzi), ma ricordano più un musical stile Bollywoodiano che il tipico vestiario medio-orientale, tant’è che in alcune scene, come l’arrivo del Genio in città o in quella della festa a Palazzo, sembrano fin troppo sfarzosi ed eccessivi. Il lavoro dietro la macchina da presa non delude, il tocco di un grande regista c’è e si vede come dimostra l’ottimo piano sequenza iniziale e la brillante direzione delle coreografie, anche se in alcune scene ci saremmo aspettati più coraggio e decisione da parte di un cineasta esperto come Ritchie, probabilmente poco a suo agio con una casa di produzione cosi predominante come quella della Disney che da sempre si preoccupa di dare uno stile fin troppo pulito ai suoi film. Stesso discorso per quanto riguarda la sceneggiatura di John August (già apprezzato per “Big Fish – Storie di una vita incredibile” e “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton), sicuramente ben scritta, in alcuni momenti molto divertente e leggera in altri decisamente più profonda, ma che sente l’influsso di quell’atteggiamento politicamente corretto tanto in voga oggi ad Hollywood che alla lunga rischia di appiattire i personaggi e il procedere del racconto. Ed ecco che Jafar, uno dei cattivi meglio riusciti del mondo Disney, un personaggio erudito e raffinato, ma allo stesso tempo violento, avido e vigliacco, in versione live action viene ridimensionato ad un ragazzo palestrato dalla faccia pulita e poco interessante che non riesce a risultare credibile per tutta la durata del film. Da apprezzare invece le ottime performance di Mena Massoud nei panni del protagonista, di Naomi Scott (che rivedremo a breve nel reboot di Charlie’s Angels”) nel ruolo di una coraggiosa e temeraria Jasmine, ma soprattutto di un insospettabile e divertentissimo Will Smith, sempre perfettamente a suo agio nei panni del Genio della lampada che nel film originale aveva la voce dell’indimenticato e indimenticabile Robin Williams.

Voto: 6,5.

Patrick Maurizio Ferrara.

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