Il primo re.

Reduce dal grande successo di “Veloce come il vento” e confermatosi come uno dei più promettenti cineasti della sua generazione, Matteo Rovere porta sul grande schermo un kolossal tutto italiano che ripercorre le vicissitudini, a metà tra storia e mito, che hanno condotto i due fratelli pastori Romolo e Remo alla fondazione della città di Roma. Da considerarsi indubbiamente come una delle opere più ambiziose degli ultimi anni, con un budget ad oggi quasi inimmaginabile per una produzione italiana pari a ben 8 milioni di euro, “Il primo re” riesce nell’intento, tutt’altro che scontato, di esprimere con uno stile personalissimo e genuino la complessità di una storia fortemente legata alle nostre radici culturali e di condurre lo spettatore in un tempo arcaico, quasi preistorico, dove mito e storia, fede e sacrilegio, famiglia e potere si mescolano e si contaminano l’un l’altro. Da un punto di vista tecnico c’è da sottolineare sia l’ottimo lavoro di Rovere dietro la macchina da presa, con una regia assai cruda e viscerale (in alcune scene riporta alla mente l'”Apocalypto” di Mel Gibson), sia la scelta, quantomai rischiosa, di girare il film interamente in latino e di avvalersi delle consulenze di archeologi per la più fedele ricostruzione storica possibile, palesando così tutta l’autenticità di un produzione che ha cercato, riuscendoci, con coraggio e ambizione di scuotere la monotonia del cinema nostrano. Davvero straordinaria la fotografia di Daniele Ciprì (“Alì ha gli occhi azzuri”, “Fiore”, “Fai bei sogni”), che con giochi di luci tutte al naturale (inevitabile qui il paragone con il “Revenant” di Iñarritu) ci regala uno spettacolo di grande impatto visivo come non se ne vedevano da anni in Italia. Ottima inoltre la prova corale del cast, considerate anche le tante difficoltà incontrate nell’aver dovuto recitare in una lingua lontana dalla propria, il latino arcaico, e in particolar modo di Alessandro Borghi (“Non essere cattivo”, “Napoli velata”, “Sulla mia pelle”), assolutamente convincente nella parte molto delicata e complessa di Remo, dell’emergente Alessio Lapice, sempre a suo agio per tutta la durata del film, e soprattutto di una sorprendente Tania Garribba nei panni della sacerdotessa, un personaggio molto affascinante che ha saputo impersonificare con grande intensità e carisma. Piuttosto deludente invece il lavoro alla sceneggiatura dello stesso Rovere, di Filippo Gravino e di Francesca Manieri (alla seconda collaborazione dopo “Veloce come il vento”), con un testo che alla lunga rischia di annoiare e di appiattire l’andamento vivace del racconto. Anche la colonna sonora di Andrea Farri non convince a pieno, con delle composizioni che non emozionano quanto vorrebbero e che risultano sempre sconnesse dalle scene del film.

Voto: 7.

Patrick Maurizio Ferrara.

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