La città incantata

Appare evidente fin dalle prime immagini che il film sembra volersi rivolgere principalmente ad un pubblico adulto, conducendolo per poco più di due ore, attraverso immagini evocative e dialoghi coinvolgenti, in un misterioso “altrove”, in un città in cui dolcezza e malinconia, bellezza e oscenità, sentimento e paura si fondono e si confondono avvolte da un’atmosfera magica, nostalgica e a tratti malinconica. Protagonista del film è una bambino di nome Chihiro che durante il viaggio di trasloco con i genitori arriva casualmente in una città apparentemente abbandonata che però al calare del sole si popolerà di stravaganti spiriti e creature misteriose. Sarà per lei l’inizio di un’inaspettata avventura che la aiuterà a crescere e a vedere il mondo con nuovi occhi. Bravissimo Miyazaki a non scadere in inutili virtuosismi, ogni scena arricchisce di dettagli e particolari lo scorrere del racconto, rendendolo complesso ma mai confusionario. Straordinaria la colonna sonora composta da Joe Hisaishi, la quale accompagna con grande armonia ogni movimento e ogni pensiero di Chihiro/Sen, enfatizzando le diverse sfaccettature che l’hanno resa una dei personaggi femminili più interessanti e complessi nel cinema d’animazione contemporaneo. Altro elemento che dona enfasi ad un film già di per se vivace è la curiosa scelta da parte del regista, cosa totalmente estranea fino ad allora nel cinema d’animazione hollywoodiano, di approfondire lo studio dei personaggi attraverso alcuni momenti di pausa, di riflessione, come se i protagonisti si volessero fermare, e noi insieme a loro, per meditare su cosa stanno vivendo e provando in quel momento, arricchendo di fatto il film di nuovi significati e di interessanti allegorie. Sembra il caso inoltre di sottolineare che Miyazaki, indubbiamente tra i migliori esponenti del suo genere, è stato capace con la sua maestria e con un budget di gran lunga inferiore alle grande produzioni hollywoodiane del 2003 (appena 16 milioni di dollari contro gli 80 di “Spirit- cavallo selvaggio” e i 140 de “Il pianeta del tesoro”) di creare un’opera dolcissima e tecnicamente ineccepibile in grado di emozionare ed educare come pochi altri film del suo genere hanno saputo fare.

Patrick Maurizio Ferrara.

Voto: 8/10.

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