Lo scemo di guerra e l’eroe di cartone, l’Enea che parlava siciliano

UNIONE finale.aiLibbertu è il secondo di sette figli, l’unico a saper leggere e scrivere e con una grande passione per lo studio. A Vazzarìa ci è nato e la fatica non gli ha mai messo paura. Lo sai lui quello che ha passato alla cava di famiglia. Ora però è giunto il momento di dare una svolta. Carico di speranza, che quella, si sa, ha ucciso più gente delle bombe, Libbertu si arruola nelle camicie nere e parte per la Libia. In terza classe, rotta sicura verso l’Africa, a pensarsi chissaché.

Nirìa invece da quella guerra se ne vuole uscire. Durante lo sbarco alleato del 1943 ha un sogno premonitore e scappa via. Si trascina dietro il figlioletto, il padre e un manipolo improvvisato di compari, valorosi per necessità. Nirìa è un disertore, Don Chisciotte che litiga con l’aria, incarnazione umanissima e un po’ spaccona dell’Enea virgiliano, alla ricerca di una fondazione tutta sua. I capelli in un certo modo, è il condottiero alla brace di un branco di sconsiderati, reclute inconsapevoli e scanzonate di un’Armata Brancaleone che scappa sulla scia di un segno del destino. Da Traìo a Colle Reggi. Non lo sanno manco loro dove sono diretti, ma vanno, l’importante è quello.

Gli eroi piccoli (ma mica tanto) di Tricoli, combattono una lotta per la sopravvivenza ed esprimono un desiderio di affermazione. C’hanno un sacco di guai, ma vogliono starci al mondo, e si muovono per resistere, frugandosi nelle saccocce la possibilità di immaginarsi ancora il futuro. Credono nell’amicizia e amano la vita, si lasciano vincere dagli istinti e confidano nel sollievo di una personalissima liberazione. Chi parte e chi fugge via. Ciascuno con i suoi demoni e le proprie ragioni. Sempre là, a fare la conta dei sopravvissuti, a guardarsi alle spalle per vedere se c’è rimasto qualcuno, consumando i drammi interiori nell’ironia e nella solidarietà cameratesca, tra dolori intestinali e fantasie notturne.

La ricostruzione del periodo storico reale cede il passo a una geografia immaginaria e picaresca e il romanzo nero della guerra trascolora in un’avventura dai toni disperati e fiabeschi. La Storia grande, inghiotte i personaggi e restituisce una prima linea ineguagliabile di vincitori e vinti. Comunisti e neri, reduci, morti ammazzati e un codazzo ben assortito di pettegoli, predicatori e madonnari in piazza, dove si fanno le parole. C’è una vecchia traghettatrice d’anime sfasciate a indicare la via, un servitore fedele e una donna dalla bellezza fatata, signora padrona del locus amoenus di pace, ristoro e gozzoviglio. E poi ci sono grotte, anfratti, ripari di fortuna. La stasi della trincea e la guerra quella rancida, che non succede niente e poi all’improvviso tutto insieme.

La verità storica e la narrazione del secondo conflitto mondiale – nel racconto della disfatta italo-tedesca in Tunisia e dell’operazione Mincemeat, genialata dell’intelligence inglese per confondere e dirottare i tedeschi sullo sbarco in Sicilia delle truppe alleate – si mescolano all’invenzione romanzesca e alla manipolazione in chiave umoristica dell’epica tradizionale, celebrando, nel rotolìo nervoso dei personaggi, un’epopea disgraziata e a tratti spassosa.

Il verismo linguistico avvicina il lettore agli umori del romanzo e la lingua parlata si prende carico di rivelare ulteriormente la realtà, universalizzando storie e sentimenti, e offrendo, nel composto ben sciolto di italiano e vernacolo siciliano, boccate senza filtro di amarezza e vivido sarcasmo, in un autentico esperimento in cui le parole, custodite come sorsi d’acqua, significano e sanno veramente di quello che sono. E la Sicilia è terra magica e roccia. Che la guerra la piega, ma non la spezza. Tricoli le vuole bene e a Vazzarìa, pure se non esiste, i suoi ce li fa arrivare, anche se sono stati solo eroi di cartone e tutti scemi.

Erika Di Giulio

 

Titolo: Lo scemo di guerra e l’eroe di cartone

Autore: Alberto Maria Tricoli

Editore: Edizioni Spartaco, 2017

Pagine: 171

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