Vittima e carnefice

molestie“Vittima” e “carnefice” sono due termini spesso utilizzati con troppa facilità e che troppo di frequente si confondono nei racconti e nell’opinione pubblica, in particolare quando si parla di violenza di genere.
I recenti scandali sessuali di cui sono piene le pagine di cronaca degli ultimi mesi hanno contribuito al riemergere di dibattiti e problematiche mai sopite.
Siamo partiti dalle rivelazioni di alcune importanti attrici sul produttore cinematografico Harvey Weinstein fino ad allargarsi a macchia d’olio a molti altri settori della vita quotidiana. La tematica ha assunto una tale rilevanza che il Time ha deciso di assegnare il titolo di persona dell’anno alle donne che hanno per prime con forza denunciato le violenze subite, al movimento delle “silence breakers”.

I giornali sono pieni di racconti, o meglio denunce pubbliche, su episodi di molestie o violenze nel cinema, all’interno delle istituzioni, nei luoghi di lavoro, è come se si fosse aperto il vaso di Pandora e il mondo si fosse scoperto vulnerabile nei suoi luoghi simbolo.
In questo turbinio di rivelazioni shock il ruolo della giustizia quale è?
Il nostro codice penale persegue il reato di violenza sessuale all’articolo 609 bis del codice penale, molte sono però le criticità che è possibile rilevare con riferimento a questa disposizione.
Se si ascoltano con attenzione queste storie molte hanno in comune un dettaglio, l’emergere dopo un tempo relativamente lungo dal momento in cui l’episodio si è verificato.

Il passaggio più delicato pare essere quello che prevede la perseguibilità a querela del reato, con un termine esteso ai 6 mesi, ma da quasi tutti, esperti e non, ritenuto assolutamente insufficiente per reati di questo tipo che richiedono una elaborazione del fatto molto più lunga.
Questo tema ricorre nei racconti di questi giorni in merito ad un episodio che ha visto coinvolta una dottoressa della guardia medica che in qualche modo è divenuta di nuovo “vittima” nel momento in cui ha visto il suo aggressore scarcerato perché la querela era arrivata soltanto dopo 9 mesi, oltre il termine quindi previsto per rivolgersi alle autorità.
È importante precisare però che questo limite temporale di sei mesi non opera, come è stato stabilito dalla Corte di Cassazione, quando il fatto è collegato ad un reato che è perseguibile d’ufficio, quale ad esempio lo stalking che molto spesso accompagna gli atti di attacco alla libertà sessuale; un piccolo, ma non troppo, appiglio per poter ottenere equa giustizia.

La questione non è in ogni caso di facile soluzione: troppo semplice ovviarvi prevedendo che si possa procedere d’ufficio per il reato di violenza sessuale, come peraltro già avviene nei casi in cui sia coinvolto un minore, ma gli interessi di cui tenere conto sono differenti tra loro e non facilmente bilanciabili.
Innanzitutto è necessario tenere conto della vittima stessa, della sua volontà. Un’indagine ed un eventuale processo che prende il via in automatico senza una richiesta da parte della vittima esporrebbe contro volontà una persona già così ferita ad affrontare un percorso difficile, ancora una volta idealmente nuda ed inerme di fronte ad estranei. Esisterebbe quello che è il profilo del “diritto alla riservatezza” della vittima che troppo spesso viene però violato con i dettagli più intimi e faticosi del racconto che vengono senza riguardo alcuno pubblicati sui giornali e che fanno provare alle vittime un senso di vergogna ed imbarazzo che non dovrebbero sentire.

Troppo spesso quando destinataria della violenza è una donna si è narrato di episodi che hanno fatto emergere il profondo maschilismo che affligge la nostra società, dal più classico “te lo sei meritata” , al non essere credute, fino a scioccanti sentenze come la “sentenza dei Jeans” del 1998 in cui si affermava che se la donna indossava dei jeans non poteva trattarsi di stupro poiché non era possibile sfilarli senza il suo consenso, pronuncia fortunatamente rivista, ma solo in tempi recenti e la cui sola venuta ad esistere dovrebbe far rabbrividire.
Ed è qui che si comprende la distanza, ma al contempo la vicinanza, tra gli appellativi di “vittima” e “carnefice”.

Sarebbe opportuno riaprire un tavolo di discussione in merito alle previsioni legislative sui reati di lesione della libertà sessuale ed in questo senso il Ministro della Giustizia Orlando si era nelle scorse settimane dichiarato disponibile ad un confronto “per valutare se sia necessaria una riforma del codice su un tema così importante come quello della violenza sessuale”. La legislatura è però giunta alla sua scadenza, sarà quindi compito del nuovo Ministro valutare eventuali ipotesi.
La paura per le vittime di non essere credute riemerge anche quando si arriva al processo.
La prova del fatto è elemento critico poiché all’interno di un processo per violenza sessuale normalmente una sola è la prova, la testimonianza di chi ha subito la violenza essendo questi fatti che si svolgono per ovvie ragioni in luoghi appartati o comunque lontano da sguardi altrui.
La paura per una donna abusata è quella di non essere creduta, derivazione questa di un retaggio culturale che vede la donna come soggetto che in qualche modo se lo merita, perché inferiore, perché ha provocato, perché vestita con abiti troppo succinti.

Un primo segnale di cambio di rotta è stato lanciato dalla bozza del nuovo contratto dei dipendenti statali dove si prevedono norme più severe contro le molestie in ufficio e che si distaccano dal termine di sei mesi previsto per la denuncia penale.
Precisamente, il licenziamento o la sospensione dal lavoro del dipendente potrà avvenire in assenza di una sentenza di condanna qualora il procedimento disciplinare ne accerti la responsabilità, ed anche qualora il fatto sia denunciato oltre i sei mesi previsti per la querela.
È previsto inoltre l’obbligo per i superiori e i dirigenti di segnalare all’ufficio disciplinare l’accaduto a prescindere dalla denuncia della vittima, un piccolo esempio di come ci si possa porre in un’ottica di lotta alla violenza di genere.
Si potrebbe concludere sostenendo che non sono i mezzi di accesso alla giustizia che mancano, semmai è carente la protezione di chi denuncia che non dovrebbe nascondersi o provare vergogna. Ciò che in definitiva si chiede alla giustizia è che almeno nei suoi luoghi non si scomodino termini come vittima e carnefice se questi poi si devono confondere.

Luchi Elisa

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