L’AMBASCIATA AMERICANA CERCA CASA A GERUSALEMME

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato lo spostamento dell’Ambasciata Americana da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendola come capitale dello stato d’Israele. Un progetto che le Istituzioni politiche americane avevano ufficializzato in un atto di alcuni anni fa, ma che nessun Presidente aveva mai osato attuare.
Questa improvvisa presa di posizione dell’amministrazione Trump scuote gli equilibri politici internazionali ed entra a gamba tesa in una guerra tra Israeliani e Palestinesi che dura da decenni.
L’Onu ha condannato duramente tale scelta che rischia di minare ancor più il delicato equilibrio di quella fragile zona dilaniata da continui attacchi reciproci e l’Unione Europea ha dichiarato che non seguirà l’America in questo proposito. Assumendo questa decisione, inoltre, si è andati a rafforzare l’asse di alleanza tra il Presidente russo Putin e il Presidente Turco Erdogan, sempre più padroni del lato mussulmano del medio oriente. Proprio ad Istanbul si sono riuniti in un summit i Paesi Islamici compatti nel condannare la linea adottata da Donald Trump invocando Gerusalemme Est come capitale della Palestina.
Ad onor del vero anche all’interno dell’Organizzazione dei Paesi Islamici si registrano delle fratture con i paesi dell’Arabia Saudita più inclini a mantenere aperti i rapporti con gli Stati Uniti.
Le reazioni, come era prevedibile, non sono tardate ad arrivare.
Lunedì scorso un uomo era pronto a farsi esplodere in una delle linee centrali della metropolitana newyorkese come reazione di protesta forte e diretta allo spostamento dell’Ambasciata Americana. La tragedia si é solo sfiorata, oltre all’attentatore quattro sono i feriti, poichè l’ordigno rudimentale è esploso prima del previsto.
Altri attacchi si attendono e per tale motivo è stato disposto un protocollo di protezione armato per il Consolato statunitense.
I bombardamenti nella striscia di Gaza continuano ed Hamas ha fatto sapere che d’ora in poi ogni venerdì sarà proclamato “giorno di rabbia” in opposizione all’amministrazione americana. Rappresentative sono le parole che un abitante del luogo ha confidato ai media nelle quali spiegava che, nell’ascoltare le parole di Donald Trump, ha compreso come per la sua terra ci saranno conseguenze pesanti che si vedranno negli anni a venire.
Difficile ipotizzare quale sia l’interesse che ha smosso Trump nel prendere questa decisione; non si comprende il beneficio che l’America può trarre da questa scelta o quali siano le promesse che il Primo Ministro israeliano Netanyahu può aver fatto in cambio di questa storica presa di posizione.
Il Presidente americano mostra di aver agito con troppa leggerezza, al solo fine di rispettare una promessa elettorale inserendosi nella linea politica che ha tracciato anche con il “Muslim Act”. Il diretto interessato giustifica il suo operato sostenendo che l’approccio utilizzato fino ad ora non ha comunque portato ad una soluzione di pace e che quindi è ora di dare una svolta.
Gerusalemme, nota al mondo come la “Città Santa”, paradossalmente non riesce a trovare pace e si trova immersa in un contesto di violenza che stona tragicamente con la sua valenza simbolica.
La situazione in medio oriente è troppo intricata perché si possa pensare di addivenire ad una soluzione in tempi brevi, potremo però misurare i risvolti che provocherà la decisione di Trump, il rischio è quello di una nuova Intifada.

Elisa Luchi

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