I favolosi anni ’85, operazione nostalgia

layout03convertito.cdrHai smesso con l’alcool, ti sei perso per strada pure un amore importante che è sempre un’ossessione, ma alla radio ci tieni ancora. Deluso e incazzato da una vita, dopo anni di rifiuti, dei tanti incapaci che sono passati avanti nei panni di chissà chi, di padroncini senza valore e mosse sbagliate, riesci finalmente a piazzare la trasmissione vincente. Che alla radio, si sa, non puoi certo dire di avere un lavoro serio e le parole, quelle, se le porta via il vento. Ma a Radio Felicità è tutto diverso. C’è un direttore che tracanna mojito svampati e si è svampato pure lui appresso a loro, c’è un colloquio di lavoro che manco nei film di fantascienza, e c’è una raccomandazione.

Al di là di tutto poi, il format ha davvero il suo perché. “I favolosi anni ‘85” è un progetto radiofonico che unisce il conforto della nostalgia al trionfo del sentimento nazional-popolare. Un getto rassicurante di momenti andati in cui riconoscersi, rinforzati da hit musicali del passato recente, rifugi di plastica sapientemente edificati al riparo da quello che ci fa tanto male. È bene che tutto vada assolutamente liscio. E allora via con il piatto caldo di quand’eri bambino, che ne senti ancora il profumo, con i primi giorni di scuola, la fidanzatina, la Nazionale ai Mondiali di calcio e la mamma. Il successo è assicurato. Peccato però che tu scrivi solo i testi. Alla voce ci pensa Charlie Poccia, showman sulla cresta dell’onda, rampante e vanaglorioso, ha scritto pure un libro, che ci sta sempre bene. Quello non c’è mai quando uno lo cerca e si sente un Dio, ma c’ha di bello che arriva, si mette là e il suo lavoro lo sa fare benissimo. Un giorno, fuori dagli studi, si presenta Irene. È al culmine della sua carriera da Manager ma si è ammalata di una roba strana, una sindrome particolare per cui non riesce più a decifrare le parole della gente, che suonano come un borbottio impenetrabile. Irene figlia ubbidiente e infelice, sopraffatta e offesa dalle regole buone e (in)giuste di papà, determinata e scaltra, è signora padrona di una vita di cristallo, spesa a voler istruire gli altri. Irene che comanda, adesso gli altri non li capisce più. Che ora intorno può essere solo silenzio e voci dimenticate.

Simone Costa si muove ironicamente in un universo di freaks sciatto e radicale, sciccoso e disgraziato, popolato da individui alla ricerca della riabilitazione personale. Al balsamo delle illusioni profuso on air, esplodono le coccole infide dei ricordi confezionati e buoni per tutti. Charlie è l’uomo dei sogni. Dolci rievocazioni prêt-à-porter sfidano la marea dei rimpianti attraversando da parte a parte il sistema identitario e nel salvataggio delle memorie, indovinano una possibilità nel conflitto, e mescolandosi nel cappuccino corretto di prima mattina, aprono un varco sull’incomunicabilità, raccontando la tremarella della precarietà esistenziale e di cuore.

Nipoti nel taschino, fatiche sprecate, indifferenza e approssimazione, un team alla faccia del pressapochismo che è tutto un programma. Dritto e rovescio di una medesima, amara, condizione, Marco e Irene sono bersagli feriti, stanchi di punirsi, bisognosi di un contatto soddisfacente e reale, hanno urgenza di essere raggiunti.

Marco pugni in tasca, pronti a liberarsi. Una maniera autodistruttiva lo conduce al fondo di sé, in un percorso di discesa lucida che si fa rabbioso e consapevole. Irene parole di burro e un ascolto negato. La vita che sfugge nell’essenza relazionale e il mondo in una boccia che va in pezzi. Spera di star male veramente e invece niente, anche stavolta non morirà.

Una sorta di contrappasso per cui all’eccesso normativo e alla pressione tracotante cui siamo d’obbligo avvezzi, si contrappone un caos d’ovatta, una mollezza irriconoscibile. Si è spento un senso. E l’abisso è laggiù in basso, pronto a spalancarsi. Per una volta tanto, forse, potremmo guardarci dentro e con un certo sollievo, provare a nominarlo senza saltare giù, come si fa con le cose davvero importanti. Non vi è ricongiunzione senza empatia e non può esserci empatia senza un’autentica comprensione. Cose preziose, guai a dimenticarselo.

Erika Di Giulio

 

I favolosi anni ‘85

Autore: Simone Costa

Casa editrice: Edizioni Spartaco, 2017

pp: 153

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