Kazuo Ishiguro, il cantore dell’omogeneità

 

Questo articolo esce a quasi un mese di distanza dall’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Kazuo Ishiguro. Questo accade innanzitutto per l’esigenza di chi scrive di cercare un minimo di oggettività e di criticità, senza voler cedere a facili entusiasmi nei quali si sono profusi i media all’indomani dell’assegnazione di questo prestigioso premio. medaglia-premio-nobel-cult-storiesMa anche perché, nonostante apprezzi molto l’autore e le sue opere, chi scrive ha sentito la necessità di riflettere su quello che era un personale scarso entusiasmo iniziale, quasi nullo, dovuto in prima analisi al fatto di essere affetto da passatismo, che lo costringe a guardare la società non con sguardo lucido, ma con uno sguardo pessimista. Pessimismo che a volte conferisce un occhio critico, che consente di svelare la presenza di un petardo laddove tutti vedevano una bomba, ma il più delle volte genera un’ossessiva e sofferta diffidenza per la novità e per l’attualità, che porta a credere che sì, ciò che vi è oggi molte volte sia buono o di valore, ma non al punto di poterlo equiparare ai grandi del secolo scorso. La seconda ragione dello scarso entusiasmo iniziale ha invece un carattere più generale: si poteva anche a ragion veduta supporre che il Premio Nobel assegnato a Ishiguro, fosse frutto di quell’ossessione che la società occidentale cova per la cultura orientale. Un’ossessione che porta ad iscriverci a corsi di yoga, a praticare Tai Chi, a convertirsi in massa al Buddhismo senza avere una minima idea dell’immenso valore che certe pratiche rivestano all’interno della cultura orientale. A sposarle così, per moda. Quell’Occidentali’s Karma del quale parla Francesco Gabbani nell’omonimo singolo che gli ha consentito di vincere la scorsa edizione del Festival di Sanremo. Chi scrive sa benissimo che Ishiguro con tutto questo non c’entra. Ma dubitava che lo sapesse anche il lettore medio europeo o addirittura la Commissione di Stoccolma. E se sul primo, forse, può ancora aver ragione, sulla seconda deve ammettere di aver fatto un grosso errore.

Basta infatti leggere le motivazioni che la Commissione ha addotto nell’assegnare il premio: “(…) in romanzi di grande forza emotiva, ha scoperto l’abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo”. Una motivazione che pur non cogliendo appieno il personaggio Ishiguro, non banalizza l’essenza della sua scrittura.

Kazuo Ishiguro è innanzitutto il cantore dell’omogeneità. Nato a Nagasaki nel 1954 da genitori giapponesi, è naturalizzato britannico e insieme all’anglo indiano Salman Rushdie e all’anglo pakistano Hanif Kureishi fa parte di quel gruppo di scrittori naturalizzati cittadini del Regno Unito ma di origini diverse, che nelle loro opere cercano di creare una miscela perfetta tra cultura britannica e cultura di origine. Ishiguro in questo è riuscito meglio degli altri due. Mentre Rushdie e Kureishi infatti faticano a staccarsi dagli scenari dei loro paesi d’origine, Ishiguro ad oggi sembra più british del british. A ciò arriva per gradi. Comincia nel 1986 con Un artista del mondo fluttuante, ambientato nel Giappone del secondo dopoguerra, dove le inquietudini ed i timori dell’uomo che vive in una società moderna la cui evoluzione avviene in modo rapido ed inesorabile, sono trattati con una sensibilità a metà tra la razionalità, la raffinatezza, la precisione britannica e la profondità chirurgica, la dimensione psicologica attenta alle minime contraddizioni dell’animo umano, tipiche della cultura nipponica. Un percorso che continua nel 1989 con Quel che resta del giorno, un hopkinsromanzo che ci cala nel costume della buona società britannica dei primi anni del secolo scorso, in un’atmosfera molto Downtown Abbey, trattando la materia con un approccio nuovamente profondo e nuovamente manicheo, dove bene e male si annullano di fronte alla complessità dei personaggi, tipico della scrittura giapponese. Da questo romanzo e dal romanzo successivo, Non lasciarmi, sono stati tratti due film notevoli, il primo diretto da James Ivory ed interpretato da Anthony Hopkins e Emma Thompson ed il secondo diretto da Mark Romanek ed interpretato da Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley. Più british di così, si potrebbe dire.

Ma è con gli ultimi due romanzi che Ishiguro dimostra di poter trattare con assoluta disinvoltura una materia tipicamente anglosassone, utilizzandone con disinvoltura gli stilemi. Con Non lasciarmi, appunto, del 2005, ci immerge in uno scenario fantascientifico a metà tra l’ucronia e la distopia. La vera sfida però la vince nel 2015 con il romanzo Il gigante sepolto: un fantasy dalle marcate atmosfere arturiane, dove la fanno da padroni orchi, giganti e brughiere e non boschi di ciliegio, kappa e tengu.

Per questo l’autore Premio Nobel è il cantore dell’omogeneità: egli è un cittadino britannico di origine nipponica, che in famiglia parla giapponese, ma ha un debole per le istituzioni, i modi e le frivolezze della cultura britannica. Un autore che non è per metà giapponese e per metà britannico, è entrambe le cose, realizzando un miscuglio (nella migliore accezione del termine ci mancherebbe) dove i due componenti sono amalgamati tra loro in modo così perfetto da non essere più distinguibili. Tutto questo espresso, semplicemente, con la letteratura.

Graziano Davoli

 

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