Banksy: arte, satira e protesta

Ad oggi tra i migliori e più grandi esponenti della Street Art. E qui finisce la sua biografia, o almeno qui si esauriscono le uniche notizie certe che si hanno su questo artista che ha fatto dell’anonimato uno dei suoi punti di forza. Con ogni probabilità inglese, non ha profili social e non si conoscono dopo anni di attività il suo nome e la sua identità. Come ogni writer che si rispetti, anche se è incredibilmente riduttivo utilizzare questa definizione, lo spazio urbano è la sua tela, e i suoi murales, o meglio opere (realizzate con la tecnica dello stencil in quanto quella utilizzata per i murales propriamente detti richiederebbe molto più tempo dei quindici minuti utilizzati generalmente da Banksy) sono irriverenti e controverse come ogni satira che si rispetti: critiche nei confronti del potere, ironiche, disturbanti e potenti.

Banksy 2

E così, gli spazi metropolitani, che ormai sono di tutti e di nessuno, grigi e divenuti invisibili nonostante centinaia di persone li attraversino ogni giorno, diventano il mezzo per comunicare su temi etici o politici: critica alla manipolazione mediatica, alla repressione della polizia, alla società occidentale e i suoi mali. Protagonisti spesso bambini, scimmie, topi e poliziotti. Ma Banksy è davvero l’incarnazione del pensiero secondo cui l’arte e quindi l’uomo, non hanno confini e coerente con la sua affermazione in merito al fatto che spesso le opere che ammiriamo nei musei sono state fatte da un ristretto gruppo di eletti, perlopiù milionari, ed in protesta contro la mercificazione dell’arte stessa, ha più volte appeso clandestinamente le sue opere proprio in prestigiose gallerie d’arte, poi scoperte e rimosse, magari dopo qualche giorno…
“Il muro è una grande arma. E’ una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno”, ha dichiarato lo stesso Banksy ed è così quindi che l’artista utilizza quest’arma in Banksy 4maniera assolutamente pacifica per farne un mezzo di espressione e di riflessione non mezzo di repressione, chiusura ed esclusione. Probabilmente è anche per questo che ha scelto uno dei muri più tristemente famosi: quello che per circa 70 chilometri separa la Cisgiordania da Israele, oltre a più di 670 chilometri di recinzione in filo spinato, costruito nel tentativo di bloccare l’ondata di attentati che da entrambe le parti sono ormai diventati consuetudine nell’eterna lotta tra palestinesi ed israeliani. Nove opere lungo il percorso i cui protagonisti sono nella maggior parte di casi bambini, che testimoniano in un modo o nell’altro il desiderio di scavalcare quel muro.

Sempre in quest’area l’artista inglese (?) ha acquistato un hotel: il Walled Off Hotel (l’hotel fuori dal muro), che promette “la peggior vista del mondo” proprio sul celeberrimo muro, e nella pratica un hotel a tutti gli effetti con camere da prenotare e i servizi previsti di qualsiasi altro albergo. Ma lo stile è inconfondibilmente “Banksy”: è visitabile al suo interno un museo, in cui espongono artisti provenienti da tutto il mondo, così come le stanze sono state arredate e personalizzate da artisti stessi. In una di queste, che porta il nome di Banksy appunto, l’ospite dormirà sotto la raffigurazione di un palestinese e di un israeliano che fanno la lotta. Con i cuscini. A rimarcare ormai l’insensatezza, quasi ridicola, di decenni di guerra.banksy hotel

Numerosi anche i testi da lui pubblicati, che raccolgono ovviamente tutte le sue opere, mentre continuano a susseguirsi le ipotesi sulla sua identità: chi sostiene che in realtà sia Robin Gunningham già studente presso la Bristol Cathedral Choir School, chi un collettivo di artisti, chi una donna e chi ultimamente afferma che si tratterebbe di Robert Del Naja uno dei membri della band britannica Massive Attack, considerata tra le fondatrici del trip hop. Ma importa davvero? Nelle sue opere c’è già tutto: protesta e ribellione, critica e satira, ironia e temi etici. Riappropiazione e riqualificazione degli spazi urbani e dell’arte. Libertà di espressione e originalità.

Sara Pezzati

 

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