La vacanza, un fiabesco apologo sulla diversità

vacanza-colonnaGli anni ’70 si aprono per Tinto Brass con “Dropout”, ultimo dei quattro film del periodo londinese, un’opera lirica, vigorosa, sperimentale, che elogia la follia come poesia del vivere ed in cui per la prima volta il regista si misura con il talento e l’affiatamento personale e professionale della coppia Franco NeroVanessa Redgrave, privata del solito glamour. In questo film, Brass chiama in appello l’istituzione psichiatrica per liberare l’uomo dalla schiavitù della società e non mancano accenni alla pop art e all’esistenzialismo, oltreché momenti erotici di accesa sensualità. 

“Dropout” e “La vacanza”: due progetti che rappresentano un dittico e un apologo, lungo viaggio dentro la follia intesa come sintomo e strumento di ribellione sociale, dai bassifondi londinesi dei barboni che cambieranno la vita di una distinta signora, alle campagne venete dove una contadina scatena una rivoluzione in fabbrica, gettando scompiglio tra i lavoratori.

“La vacanza” racconta la storia di Immacolata Meneghello (Vanessa Redgrave), una giovane contadina prima sedotta da un nobile del luogo, poi respinta e rinchiusa in manicomio. Ottenuto un permesso che le consente di uscire in licenza d’esperimento per un breve periodo sotto il controllo di Mercedes, pia patronessa, la giovane viene però allontanata dalla famiglia che la vende come cavalla al mugnaio Olindo (Osiride Pevarello) con il quale aveva contratto forti debiti. Riuscita a fuggire, Immacolata incontra Osiride (Franco Nero), un poetico bracconiere, al quale si unisce in un’esistenza randagia e con cui intreccia una stretta amicizia che si trasformerà in amore. Dopo aver corso alcune avventure i due vengono arrestati. Riescono ad evadere, si uniscono a un venditore ambulante e a tre zingare, e vivono felici pescando di frodo. Li sorprendono però i figli nazisti del conte Claudio, che se ne servono dapprima per organizzare un’orgia, poi per una battuta di caccia, durante la quale una di loro, cieca, muore. I giovani nobili si trovano perciò costretti per risarcimento ad assumere Immacolata nella loro fabbrica, mentre Osiride torna in carcere. In fabbrica la giovane finisce per scatenare una mezza rivoluzione, in seguito alla quale interviene la polizia e Osiride accorso per portarle aiuto, viene ucciso dagli agenti. Considerata più folle che mai, Immacolata torna in clinica, pagando con un nuovo e definitivo internamento: la vacanza è finita.

Il film nasce da una visita che il regista aveva fatto in un manicomio vicino Napoli, grazie all’aiuto dell’avvocato Siniscalchi, suo amico e legale da sempre. C’erano donne, chiuse là dentro. Internate, recluse, sorvegliate, represse, stanche di un’esistenza di servizio, vendute come animali al miglior offerente, malate perché diverse, prodotti di un mancato adeguamento a ruoli, compiti e pratiche sociali condivise, costantemente umiliate da chi detiene il potere, pazzo per davvero.1971_la_vacanza_franco_vanessa

L’istituzione psichiatrica si ammanta di connotazioni politiche e polemiche e la realtà manicomiale, intesa come locus della poesia del vivere e terra dei dropouts che Brass apertamente stima, è senz’altro il contesto in cui il regista è riuscito ad esprimere al meglio la sua vena anarchica e quella certa rabbia nei confronti di un’eccessiva razionalizzazione sociale che tarpa le ali all’ immaginazione, ad ogni poesia, ad ogni slancio. L’incontro con Osiride, che si snoda attraverso i sentieri dell’intuizione e della comprensione, apre lo spazio alla capacità di resistere insieme alla crudeltà del mondo. Nasce dalla speranza e dalla voglia di esistere e di riscattarsi, di trovare ascolto, seppur in un regime di incertezza, percorrendo i sentieri del desiderio e della libertà. Le avventure vissute insieme svelano l’illusione che tutti possono prendere parte del linguaggio come godono del sole, dell’acqua, dell’aria. Lasciati liberi dalle parole, si scambiano gesti affettuosi, sorrisi, occhiate, lamenti e malesseri che raccontano. Parlano i corpi e lo fanno nello spazio aperto auspicando un ritorno libertario alla stato di natura. L’obiettivo di Brass attraversa orizzonti vasti e forse irraggiungibili, fiumi, boschi e campagne, simboli di un errare inquieto, ma anche spazi liminali tra la società e il manicomio, luoghi di poesia, rifugi ostili e meravigliosi.

Atmosfera fotografica e ambientazione a metà tra espressionismo grottesco e realismo caricaturale, il film alterna buio a sprazzi di luce e colore, grazie anche all’utilizzo del 16 mm che contribuisce a sgranare l’immagine, potenziando l’atmosfera nebbiosa della valle. Il regista offe qui l’ennesima prova di una notevole capacità di manipolazione e di comunicazione attraverso le immagini, esprimendo al massimo il suo talento per la figurazione e confermando una scarsa volontà di dilungarsi in particolari narrativi inutili o ridondanti. Alla macchina da presa predilige l’uso del grandangolo per dettagli e primi piani e dello zoom, sempre in movimento. Il montaggio eclettico, si fa ora concitato, ora più disteso e la sceneggiatura è un canovaccio aperto che privilegia la narrazione nomade, scritta in diretta. Le immagini risultano velate, sovraesposte, ammantate di fumo e il tocco è leggero, mai affettato. Confermata l’attenzione particolare alla musica, sia nell’aspetto portante che in quello di sottofondo e le note di Fiorenzo Carpi, ora dolcemente struggenti, si aggregano in ritmiche marchette popolari, nel trionfo di rullanti e squilli di trombe.

L’opera di Brass, mai come in questo caso, destò forti sospetti perché ritenuta capace di creare turbamento, destabilizzando l’idilliaca quanto fasulla realtà che la società incivile vuol far digerire all’umanità. Nei suoi film c’è “dell’altro”: istinto, emozione, assenza di preconcetti sul sesso, che qui si fa tenero, liberatorio, naturalissimo. La pazzia è dunque una fuga, via d’uscita positiva, la pazzia è vita, possibilità.

L’universo selvatico e le atmosfere circensi sono fortemente presenti nel film. Quello de “La vacanza” è un Veneto ancora più arretrato di quello che si era visto ne “Il disco volante”, che Brass un pò inventò e un pò vide con gli occhi di chi sa guardare nel futuro. Franco Nero è un bracconiere ruspante che si esprime a suon di fischi d’uccello tanto con gli animali quanto con gli esseri umani, e si traveste da orso. Immacolata grida e si arrampica sugli alberi, scorrazzando al seguito di un gruppetto giunonico di donne e prostitute. Lo sgangherato e inospitale casale di famiglia è popolato da un universo di freaks, nani, donne barbute, creature strane che fanno i versi.

Violentemente contestato dal pubblico al Festival di Venezia del 1971, “La vacanza” vinse invece il premio della critica che lo apprezzò per essere un ingenuo e fresco dramma popolare, in cui il taglio grottesco e quello drammatico si alternano, dando vita a un gioco di rimbalzi in cui si trovano, riassunti, i topoi privilegiati del racconto brassiano: il fallimento della società dei consumi, il falso mito del benessere, lo sfruttamento degli emarginati trattati come servi e animali e la ribellione all’esclusione a cui si oppone il trionfo di valori più genuini e autentici, il rifiuto della logica produttivistica in nome di una logica diversa, inutile, ludica e disinteressata, irrazionale e folle. Il tutto attraverso una narrativa ipnotica e un cast di personaggi-interpreti adorabili.

Erika Di Giulio

 

“La vacanza”

Produzione: Lion Film, 1971

Regia e montaggio: Tinto Brass

Sceneggiatura: Vincenzo Maria Siniscalchi e Tinto Brass

Fotografia: Silvano Ippoliti

Musica: Fiorenzo Carpi

Cast: Vanessa Redgrave, Franco Nero, Leopoldo Trieste, Corin Redgrave, Osiride Pevarello

 

 

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