La morte di Gastone Moschin chiude definitivamente un ciclo della cinematografia italiana

Chiunque ami il Cinema non può che provare un senso di vuoto e di smarrimento dopo la morte di Gastone Moschin, avvenuta lo scorso 4 Settembre.

Questo non solo per la bravura e la versatilità di un artista del suo calibro, ma anche perché Gastone Moschin ha rappresentato un’epoca fondamentale della nostra cinematografia, un’epoca che la sua morte chiude definitivamente. Moschin appartiene a quella generazione di attori nata a cavallo tra le due guerre, insieme a Vittorio Gassman, Gianmaria Volontè e tanti altri, che si trova erede del grande teatro d’introspezione novecentesco. La sua carriera comincia infatti negli anni 50, proprio sul palcoscenico. L’attività teatrale rimarrà una costante della sua carriera artistica. Esordisce con la Compagnia del Teatro Stabile di Genova, in seguito passa a quella del Piccolo di Milano e collabora con la Compagnia del Teatro Stabile di Torino (portando in scena opere come Zio Vanja, di Anton Cechov, nel 1977 ed I giganti della montagna, di Luigi Pirandello, nel 1979). Nel 1983 fonda una propria compagnia con la quale esordisce portando in scena Sior Todero brontolon di Carlo Goldoni, nel 1984 e nel 1989 porta in scena, rispettivamente, Uno sguardo dal ponte ed Erano tutti miei figli di Arthur Miller, torna a Cechov nel 1990 con Il gabbiano.

Per gli attori italiani di questo periodo, come per i loro contemporanei britannici, l’impatto con il Teatro costituisce non solo il primo vero approccio con la recitazione, ma è proprio una palestra di vita destinata ad influenzare tutta la loro carriera artistica. Il Teatro nel quale si formano è, oramai, pienamente influenzato dal metodo Stanislavskij che porta l’attore ad interpretare e comprendere il personaggio, innanzitutto, comprendendo sé stesso. Grazie a questo insegnamento, gli attori di questo periodo formatisi in teatro, affrontano il grande schermo con una preparazione ed una consapevolezza maggiore.

caliber9BALDGastone Moschin, insieme a Tomas Milian e tanti altri, è stato anche uno dei mostri sacri del cinema di genere italiano. Esordisce in questo ambito nel 1969, con lo spaghetti western Gli specialisti, diretto da Sergio Corbucci; nel 1970 prende parte al film fantastico L’inafferrabile invincibile Mr. Invisibile diretto da Antonio Margheriti e nel 1971 recita in Roma bene di Carlo Lizzani. Ma la sua consacrazione nel genere arriva grazie ad un autentico genio come Fernando Di Leo, che nel 1972 gli affida il ruolo di Ugo Piazza nel capolavoro noir Milano calibro 9, dove recita insieme a Barbara Bouchet e Mario Adorf. Nel 1973, invece, interpreterà magistralmente Filippo Turati ne Il delitto Matteotti di Florestano Vancini, dove recita accanto a Franco Nero, nei panni di Giacomo Matteotti e in cui ritrova Mario Adorf, nei panni di Benito Mussolini. Nel 1974 colleziona un altro doppio successo: Francis Ford Coppola lo chiamerà ad interpretare il ruolo di Don Fanucci ne Il padrino- Parte II e vestirà invece i panni del Marsigliese nel film Squadra volante di Stelvio Massi, qui Moschin recita accanto a Tomas Milian e Mario Carotenuto. Il personaggio del Marsigliese diventerà talmente iconico da fare scuola in tutta la cinematografia noir e poliziesca, a livello nazionale ed internazionale.

All’interno del genere Moschin si consacra, in particolare, nella commedia 3219103_2010_mos30all’italiana. Esordisce nel 1969 con Audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy, la notorietà però arriva nel 1962 con Gli anni ruggenti di Luigi Zampa, dove interpreta il gerarca fascista Carmine Passante. E’ da qui Moschin si consacra come uno dei pilastri della commedia all’italiana: a questo proposito vanno ricordati due importanti film del 1966, Le stagioni del nostro amore di Florestano Vancini e Signore & signori di Pietro Germi, pellicola che gli vale il primo Nastro d’argento come miglior attore non protagonista. L’unico fiasco arriva nel 1972 quando è chiamato a sostituire Fernandel, da poco scomparso, nel film Don Camillo e i giovani d’oggi, per la regia di Mario Camerini. Nel 1975 arriva il film che lo farà conoscere definitivamente al grande pubblico, quello dell’architetto dall’innamoramento facile Rambaldo Melandri in Amici miei diretto da Mario Monicelli. Moschin ricopre il ruolo anche nel secondo film, diretto sempre da Monicelli e nel terzo film, diretto da Nanni Loy, che gli vale il secondo Nastro d’argento come miglior attore non protagonista nel 1985.

Ma Moschin, oltre il teatro ed il grande schermo, non disdegna neanche la televisione. Gli anni ’60 infatti vedono la stagione dei grandi sceneggiati: l’attore nel 1963 interpreta Fratognone ne Il mulino del Po e Jean Valjean ne I miserabili del 1964, entrambi per la regia di Sandro Bolchi.

Per questo la morte di Moschin chiude un’epoca della cinematografia italiana. Un’epoca nella quale l’attore era attore a 360 gradi: formatosi in teatro, in grado di reggere alla perfezione sia il palco scenico sia il piccolo e grande schermo, regalando sempre interpretazioni magistrali e memorabili.

 

Graziano Davoli

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