Guillermo Del Toro a Venezia mette d’accordo critica e pubblico

Il fantasy romantico ‘The shape of water’ è stato capace di elevarsi allo status di classico adatto ad ogni tipo di pubblico, grazie alla capacità del regista di osare con una storia che parla di ieri per commentare il mondo di oggi e punta sull’amore come forza rivoluzionaria.

Se il cinema è quel territorio magico in cui tutto è possibile, una vera e propria magia si èl'espresso avverata durante la premiazione della 74esima Mostra del Cinema di Venezia. Per una volta, infatti, i gusti del pubblico e della critica, da sempre divisi se debba essere premiato il cinema capace di emozionare anche se un po’ commerciale, o quello di ricerca e d’autore, si sono trovati in perfetta sintonia con quelli della giuria presieduta da Annette Bening: ha vinto il Leone d’oro, The Shape of Water, da subito acclamato come il film capace di coniugare tutti questi aspetti, con la sua originale storia d’amore tra due freak: una donna delle pulizie muta e un uomo-pesce-mostro-della-laguna-nera nell’America della guerra fredda.

Un fantasy, ovvero un film di genere, capace di elevarsi allo status di classico adatto ad ogni tipo di pubblico, grazie alla capacità di Del Toro di osare con una storia che come lui stesso ha ricordato parla di ieri per commentare il mondo di oggi e punta sull’amore come forza rivoluzionaria da contrapporre a tutti coloro che vogliono usare la paura per dividerci.

Il Gran Premio della giuria è andato al più controverso Foxtrot di Samuel Maoz, che comunque al suo secondo film realizza un primato, visto che con il primo, Lebanon, aveva vinto il Leone d’oro: la pellicola che ha alcuni momenti di assoluto genio, come il ballo surreale del soldato israeliano impegnato in un posto di blocco sperduto, cerca di raccontare in tre atti il dolore e la perdita di un figlio e l’elaborazione impossibile di quel lutto attraverso i conflitti irrisolti dei genitori.

Mai come quest’anno la competizione è stata tanto accesa, con ottimi film, come First Reformed di Paul Schrader o Three Billboards Outside Ebbing Missouri (premiato per la sceneggiatura) che hanno di sicuro messo in difficoltà la giuria, e mai come quest’anno il festival ha visto susseguirsi tante ispirate interpretazioni, femminili e maschili: dalla Sally Hawkins di Shape of Water, all’Ethan Hawke prete in crisi nel film di Schrader, al Sam Rockwell di Suburbicon, ai due dolenti e gioiosi vecchietti Helen Mirren e Donald Sutherland di The Leisure Seeker di Paolo Virzì. Alla fine l’hanno spuntata per la Coppa Volpi Charlotte Rampling per Hannah e lo sconosciuto Kamel El Basha per l’interessante L’insulto, che uscirà anche in Italia. A confronto con tante edizioni in cui i film premiati non sono usciti oppure lo hanno fatto in sordina, con un disastro al box office, quest’anno molti premiati hanno potenzialità di incassare, trascinati anche da questi premi.

Tra i vari riconoscimenti da segnalare il premio a Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli, convincente biografia dal respiro europeo dell’omonima musa di Warhol e cantante, anche dei Velvet Underground, il premio alla regia per Xavier Legrand e il suo aspro ritratto sulla contesa di un figlio tra due divorziati, e il Premio Mastroianni per il miglior giovane a Charlie Plummer di Lean on Pete. Di lui si dice che diventerà una star.

FONTE: L’Espresso, 11 settembre 2017. Articolo di Marco Consoli.

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