Venezia 74, “Ex Libris”: vi presento la biblioteca di New York, intervista con Frederick Wiseman

In concorso al Festival del Cinema di Venezia viene presentata la nuova opera del documentarista statunitense Frederick Wiseman, Ex Libris, un viaggio fluviale (più di 3 ore) all’interno della famosa Biblioteca di New York, la terza più grande degli Stati Uniti e luogo cardine della vita culturale.

06_EX_LIBRIS-kIkD--835x437@IlSole24Ore-WebIl regista, fedele allo stile inconfondibile che lo ha reso il più grande documentarista vivente, attraversa il luogo in lungo e in largo: ci mostra così, il pubblico che la frequenta, i dipendenti, le riunioni generali, i consigli di amministrazione, gli investimenti, i problemi legati al budget, gli ospiti di spicco, i dibattiti culturali, i gruppi di studio… Novantadue le sedi sparse per tutta New York, di cui Wiseman disegna quasi una mappa dettagliata, un po’ come era accaduto col precedente In Jackson Heights. La biblioteca, che ambisce a essere luogo di integrazione e interazione, è per Wiseman il mezzo per analizzare nuovamente le grandi organizzazioni ed istituzioni, il lato pubblico e quello organizzativo. Il metodo Wiseman è ormai celeberrimo: va nel posto prescelto per diverse settimane con la sua piccola crew e si limita a registrare tutto quello che può. Poi si rinchiude per mesi e lavora al montaggio. Vincitore del Leone d’Oro alla carriera nel 2014, Wiseman ha diretto 41 documentari, tra i quali capolavori come Titcut Follies, High School, Hospital e Welfare. Wiseman è considerato il maestro della narrazione invisibile, ma che, ci tiene sempre a ripetere, non è mai oggettiva, ma assolutamente soggettiva, perché fare un film implica numerosissime scelte.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il Maestro, in occasione della presentazione di Ex libris a Venezia.

Nei suoi documentari gioca un ruolo fondamentale il lavoro di montaggio, che è il mezzo con cui impone con forza la sua soggettività, pur non utilizzando mai voci fuori campo o interviste…

No, infatti non utilizzo mai voci fuori campo o interviste, non seguo questa prassi, perché non mi piace. Certo, ci sono dei grandi film che utilizzano questa tecnica. Ma sono delle scelte che il regista fa in base ai propri gusti o al proprio interesse. A me, appunto, non interessa. Il montaggio ha un ruolo fondamentale nei film. Passo sei mesi in sala di montaggio e scopro in questa fase i miei film, facendo un rush di parecchie ore. Non so cosa accadrà prima, non ho mai un’idea ben precisa. Scopro durante la sequenza delle immagini il 50% del prodotto finale.

Tra i documentaristi, qual è il suo preferito?

Mi piace molto Ophuls, trovo che i suoi film siano straordinari ….

Lei è il maestro del cinema dell’osservazione, cioè prende la macchina da presa e attende…

A volte ho una specie di elenco nella mia testa, dal quale seleziono le idee, altre volte invece mi vengono semplicemente in mente per caso. Anni fa ad esempio, nel 1978, ero nel mio studio, che è l’unico posto in cui leggo riviste, e mi sono imbattuto in un articolo di moda, e così mi sono detto “facciamolo” e l’ho fatto.

Come mai nei suoi film predilige ambienti chiusi?

Non è semplice ottenere i permessi per girare. Solitamente non trascorro mai del tempo in un posto prima di iniziarvi le riprese perché non mi piace l’idea di dover assistere a qualcosa di interessante e non poterlo riprendere; d’altronde gli eventi non si ripetono. L’unica eccezione, ovvero l’unica volta in cui ho passato più tempo in un posto prima dell’inizio delle riprese, è stato in Francia, prima di girare La Comédie-Française per scopi di ricerca. Ho trascorso lì 3 mesi in attesa che mi dessero l’approvazione per poter iniziare a lavorare. Per il mio ultimo film, invece, ho trascorso soltanto un giorno nell’edificio principale e ho iniziato le riprese qualche mese dopo.

C’è un posto in cui avrebbe voluto girare ma non ha potuto farlo?

Beh, nel 1968 ho iniziato un film sulla polizia di Los Angeles. Solo che una volta ottenuta l’autorizzazione mi hanno detto che avrei potuto fare tutto ciò che avrei voluto, tranne salire su una volante. Poi mi piacerebbe poter girare in uno studio di Hollywood. Sarebbe divertente.

Il suo film Ex libris ha un’importante valenza politica. Trump il mese scorso ha tagliato i fondi per la cultura, soprattutto per musei e biblioteche. Cosa ne pensa?

Non avevo intenzione di creare un film politico, è stato Trump a renderlo tale. La biblioteca si configura come un elemento anti-Trump. Ciò che rappresenta è qualcosa che lui non capisce: è aperta a tutti, aiuta la gente, permette che si crei una cultura… Beh, Trump è molto darwiniano, anche se non credo che lui sappia cosa significa. La biblioteca è un repellente per lui.

La percentuale di giovani appassionati alla lettura è davvero calata negli ultimi anni. Cosa ne pensa?

Non sono abbastanza informato per poterle dare una risposta esaustiva. Cioè… vedo mia nipote usare le nuove tecnologie: certo legge, ma meno di quanto possa fare io.

È stato facile girare in un’enorme biblioteca come quella di New York?

Ho dovuto colmare il mio senso di smarrimento. Certo, è un posto molto grande, ma ho iniziato a dare un’occhiata e a valutare il da farsi. Ho dovuto fare delle rinunce, ho dovuto scegliere cosa mostrare. Nella biblioteca ci sono 90 settori e nel film se ne vedono circa una trentina o una quarantina. Sapevo di dover fare delle scelte, sapevo di volere che il mio film suggerisse la diversità, la varietà delle attività che si svolgono all’interno della biblioteca. Uno dei motivi per cui ho intitolato il film “Ex Libris” (“dalla Biblioteca”) è che volevo sottolineare il fatto che appunto, si veda qualcosa “dalla biblioteca”, non ogni cosa. Per farlo avrei dovuto realizzare un film lunghissimo. Semplicemente volevo dare l’idea di quanto sia grande il posto e di quante attività in esso si svolgano.

Possiamo affermare che Ex Libris sia un’opera completa?

Nessun film è “completo”, nel senso che non può raccontare ogni cosa. Ho realizzato delle riprese di sei ore per un film incentrato su ciò che accade nel reparto pronto soccorso di un ospedale e neanche in quel caso sono riuscito a cogliere tutto. Sarebbe presuntuoso da parte mia sostenere che il film sia esaustivo, completo, perché non è così. È una ricostruzione soggettiva di quanto accade, o meglio, di quanto credo accada mentre mi trovo in quel posto e cerco di creare una narrazione drammatica.

Nei suoi film la musica è sempre extradiegetica, ma allo stesso tempo è possibile percepire altri tipi di rumori diegetici. Volevo chiederle, come gestisce musica e suoni in fase di montaggio?

Parte del mio lavoro si basa sul montaggio, al fine di creare un filo narrativo. Un aspetto di tale lavoro è certamente la selezione musicale. È necessario ricorrere a suoni e musiche. In ogni cambio di sequenza sono udibili musiche o suoni, che possono essere melodie o rumori, voci, il traffico per strada…
Devo inserire suoni e musica perché altrimenti sarebbero soltanto delle immagini messe insieme che si susseguono. Con la musica e i suoni cerco di segnalare tale cambio di sequenza, di renderlo piacevole.

Lei ha dichiarato che mettere la preposizione prima del titolo è come segnalare che il film sia una fusione tra “completezza” e “incompletezza”?

Sì, perché “Ex Libris”, “dalla biblioteca”, suggerisce qualcosa che viene presentato da essa, ma non interamente, perché il luogo è veramente ampio.

La biblioteca di New York è un caleidoscopio di arti, troviamo il teatro, la musica… ma sembra mancare giusto la settima arte: il cinema. È solo un caso o è stato proprio lei a non includerlo?

Beh, si vedono molte immagini di DVD. E poi il mio film rappresenta il cinema. C’è un scena di ballo, persone che fanno della poesia, che suonano il piano, molte espressioni delle arti performative. Certo, non ho potuto includere tutto.

Nel cinema, il genere documentaristico è l’unico che non causa problemi con altri Paesi. Lei cosa pensa dei documentari…

Sui documentari, in passato, gravava un grosso fardello. La maggior parte delle persone li guardava per rilassarsi. Un documentario può essere divertente o triste, proprio come un film. Non amo le etichette, per me ci sono film belli o film brutti.

In quasi tutti i suoi documentari sembra che lei inserisca messaggi di tolleranza, di positività… Vorrei sapere se il suo documentario racconta la storia del lato migliore del mondo.

Spero che lo faccia, spero che mostri più lati del mondo possibili. Ho cercato di includerne quanti più potessi, selezionando una grande varietà di soggetti, per mostrare più emozioni possibili, più attività possibili.

 

Roberto Puntato

 

 

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