La memoria non basta, bisogna costruire a norma in “Casa d’altri”: intervista al regista Gianni Amelio.

Gianni AmelioEvento Speciale alla 74° Mostra del Cinema di Venezia è il docufilm di Gianni Amelio “Casa d’Altri”(15 minuti), che racconta il terribile terremoto avvenuto ad Amatrice il 24 agosto dell’anno scorso. Prodotto con Rai Cinema su un progetto di Mibact e Anica, il film descrive la giornata di un sopravvissuto al terremoto, che ha ottenuto il privilegio di una casa prefabbricata. Un uomo solo, un personaggio inventato, “un non-attore che si muove all’interno di una città deserta, vivendo una condizione che è simbolo di quello che è accaduto”, come afferma il regista.

Cosa vuol significare il titolo del suo documentario “Casa d’altri”?

E’ sbagliato definirlo un documentario. E’ un film di finzione con un’idea semplice: da una parte c’è la ricostruzione di un piccolo paese, dall’altra c’è un uomo che non riesce a chiudere la sua ferita. Un uomo che cerca qualcuno che ha perso. La sua mente è andata e non riesce a staccarsi dal ricordo. Ho sentito l’urgenza di dire “c’è un altro modo di guardare questa tragedia, è il momento di agire affinché cambino le cose”. Mi è sembrato giusto ricordarlo in un piccolo film, che entra in una realtà che va trattata con la massima cautela. Non si entra come un elefante in casa d’altri. Ho cercato di utilizzare la telecamera con il massimo dell’onestà e del rispetto, capendo i problemi degli abitanti, senza sbandierarli e senza farmi prendere dalla commozione.

Alla fine dei 15 minuti di “Casa d’altri” viene quasi voglia di vedere altro…

In realtà i 15 minuti sono il doppio di quello che pensavo, all’inizio infatti, volevo che il film non superasse i 5 minuti, ma alla fine la durata è venuta in modo naturale. Dall’inizio mi è sembrato giusto far parlare le persone, poi mi sono accorto che dovevo fare parlare le immagini, quel silenzio, quell’uomo che cerca… Alla fine ho unito le due cose e mi è sembrata la misura giusta.

Una scena che colpisce è la maestra che prepara i bambini a questa tragedia… lei pensa che questa scena sia pessimista o fatalista?

Non sono pessimista né fatalista. E’ l’uomo che sbaglia, il terremoto non lo manda il destino, ma si sa che succede e proprio per questo noi dovremmo agire. Ma non lo facciamo perché privilegiamo altri interessi, tanto la cosa non ci interessa… succede in casa d’altri, non in casa nostra. Mi reco spesso in Giappone, che come sapete ha spesso a che fare coi terremoti. La cosa buffa è che appena sento una scossa raggiungo subito la hall dell’hotel. Tutti mi guardano strano, come per dire “non succede nulla siamo in Giappone”. Mentre in Italia si deve costruire a norma.

Cosa ha messo in risalto in ‘Casa d’altri’?

L’ipocrisia, l’incuria e la colpevolezza dell’uomo che sparge lacrime e che poi invoca la solidarietà e commemora. Non è un caso che in ‘Casa d’altri’ la frase più importante sia “la memoria non basta”, perché quello che dovrebbe insegnarci un terremoto è di arginare il problema. E’ un qualcosa che si può combattere. Bisogna difenderci da qualcuno che ci uccide tramite i terremoti. Ciascuno di noi deve dire che la mia casa e la casa degli altri vanno costruite a norma. A Ischia non sarebbe morto nessuno se le case fossero state costruite a norma.
Ne ‘Il ladro di bambini’ mostro la costa ionica della Calabria, che è la zona più sismica, con case non finite. Ecco, quelle finirebbero tutte rase al suolo con la gente dentro, e non si può dire che sia il destino a farle crollare, ma è l’uomo che le fa crollare.

Roberto Puntato

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