Il disco volante, alieni di provincia

disco-tb-as-smallUn disco volante atterra nei pressi di un paesino del Veneto, dove la gente si mostra quasi univocamente ostile ai visitatori. Durante la notte Vittoria (Silvana Mangano), una contadina vedova e con numerosa prole a carico, credendo si tratti di un ladro, riesce a catturare l’extraterrestre sceso dall’astronave e decide di venderlo al conte eccentrico e omosessuale che lo vorrebbe per compagno (Alberto Sordi). Dopo aver accusato la donna, la contessa, madre del nobile, fa sparire il marziano e lo fa gettare in un pozzo, provocando la follia del figlio che finirà in manicomio al reparto Dischi Volanti. Nel frattempo la povera contadina ripiomba nella miseria più nera: adesso infatti, anche la sua baracca, data alla fiamme nell’attimo di estrema gioia legato alla ricompensa per la vendita del marziano, sta andando in fumo. Il sensazionale avvenimento viene ben presto sepolto nell’indifferenza generale e la caccia al marziano può finalmente placarsi.

Nel 1964 Dino De Laurentiis, scritturò Brass in esclusiva, affidandogli un trio vincente: Alberto Sordi, Silvana Mangano e la nascente, nel cinema leggero, Monica Vitti. Lo chiamò a Cinecittà e ne derivarono due discreti successi commerciali che la critica accolse tiepidamente: “Il disco volante” (in origine I marziani) e “La mia signora” (film a cinque episodi diretti, tra gli altri, da Comencini e Bolognini) per cui Brass curerà i mediometraggi “L’uccellino” e “L’automobile”, i quali raccontano con umorismo e gusto per il paradosso, la vita matrimoniale negli anni del boom economico.

Nello specifico, l’irruenza stilistica e l’anticonformismo del regista si livellano a uno statuto più commerciale, che fa leva sulla sua abilità confezionistica, dissipando la forza surreale che lo aveva contraddistinto agli esordi. Operetta satirica di sfondo fantascientifico, non priva di una morale implicita, il film racconta con un taglio dapprima documentaristico, poi da commedia televisiva, l’arrivo di un gruppo di alieni nel profondo Veneto. Qui i marziani vengono strumentalizzati, sfruttati e uccisi dagli abitanti. Un’indagine dei carabinieri metterà alla luce una follia latente diffusa in tutta la popolazione. Protagonista del film è Alberto Sordi, filtro eccezionale di comportamenti collettivi e impegnato a dar voce a corpo a quattro personaggi che presto rientreranno nel suo repertorio: il prete ubriaco e sempre un pò alticcio, il brigadiere tontolone, il conte gay, effeminato suonatore d’arpa, e il Marsicano, piccolo borghese meschino chiuso nel suo utilitarismo, impiegato alle Poste e amante di Dolores, moglie del sindaco.

Qualcuno ha visto in questa commedia il primo film di fantascienza italiano, anche se il tema è chiaramente trattato come pretesto per parlare d’altro. “Il disco volante” è una  satira grottesca sull’arretratezza di un’Italia provinciale dedita all’alcolismo e all’assenza di moralità in tutte le classi sociali, dalla nobiltà decadente alla borghesia ipocrita e perbenista. discovolante8

Chiaro è il taglio sperimentale della pellicola, tutta giocata tra sogno e realtà, nutrita com’è dalla critica brassiana al potere, al luogo comune, alla cecità di chi classifica l’altro immediatamente come diverso. Un dito puntato contro l’incapacità di ascolto e comprensione verso un fenomeno nuovo e insolito. Il topos del manicomio in cui progressivamente finiscono tutti coloro che hanno sostenuto il contatto con i marziani, rappresenta anche in questo caso il luogo del silenzio imposto dal potere, spesso a colpi di sedativi e di raccapriccianti sedute di elettroshock. Questa tematica che tornerà in parecchi altri film, primo su tutti “La vacanza”, congela l’attenzione narrativa sulla struttura manicomiale, in cui si opera la presunta mediazione tra i canoni comportamentali del sistema e quello dei vari, “diversi” personaggi amati dal regista. Il linguaggio si fa così provocatorio, così come il messaggio sociale che ne deriva, trattenuta metafora in chiave anarchica. Lavorando sull’archetipo dell’altro e operando una tattica di rovesciamento, si scoprirà che ciò che genera inquietudine e terrore spesso produce complicità e alleanza, e che il vero perturbante, la reale ostilità, risiede in ciò che ci è familiarmente più prossimo, nella giustizia, nelle istituzioni.

Nelle forme di un cinema umoristico, disimpegnato, aggressivo, pungente, Brass dimostra di avere ancora parecchio da dire e soprattutto conserva una sua originalità di tratto e di espressione, nonostante l’opera su commissione e la produzione non indipendente. “Il disco volante” è un film girato benissimo con un uso anticonformista degli obiettivi e del montaggio, con una spiccata capacità di cogliere e fermare un clima provinciale nuovo per il cinema italiano del tempo.

L’ufo nella sua imponenza si fa protagonista della scena visiva con ripetute e straordinarie epifanie di luci e suoni intermittenti, bizzarri boati e tentacolari escrescenze dalla forma regolarmente geometrica. E se Bruno Barcarol seguirà Tinto Brass in questo lavoro, Raul Schultz dopo il premio di qualità conquistato per “Chi lavora è perduto”, che naturalmente si riferiva anche alla scenografia, non lavorerà ad altri progetti, pur essendosi trasferito a Roma. Entrò in squadra Gianni Polidori, come ideatore del disco e dei costumi dei marziani, ossute armature dalla forme coniche e puntute e dalla fattura argentea e risplendente. Ufo e alieni made in Treviso, per la precisione Asolo, e una storia sceneggiata da Rodolfo Sonego, di per sé esilissima.

Considerato a lungo uno sci-fi di serie z, è un film cult a tutti gli effetti, commedia e satira sociale, cattiva con gli ingenui, divisi tra scettici, impulsivi, creduloni e persino mentalmente malati.

Senz’altro evidente la straordinaria intesa e l’affiatamento che domina sul cast di attori: un gruppo ben collaudato in cui ciascuno sembra perfettamente calibrarsi sulle qualità dell’altro. I toni, ora trionfalistici, ora tristemente lugubri delle marcette musicali di Piero Piccioni, offrono un contributo creativo all’intero assetto filmico. Dal momento che la produzione insistette affinché qualcun altro, e non Brass, montasse il film, alcune scene risultano assemblate piuttosto goffamente, o riordinate nel tentativo, fallito, di semplificare la narrazione.

Scenari, effetti luministici, organizzazione concitata del montaggio, intensificazione dell’intreccio e soprattutto la convinzione sfrenata che ciò che conta maggiormente non è la descrizione prosaica e letterale della realtà, ma che sia soltanto e soprattutto una questione di forma, struttura, colore. Le soluzioni grafiche e visive adottate, i frequenti zoom, la continua alternanza di campi lunghi, dettagli e primissimi piani, i mascherini a incorniciare le mille visioni, il ralenti, le ripetute soggettive costrette nella difficoltà e nella fuggevolezza di mettere a fuoco quel che sta accadendo; i rovesciamenti improvvisi del punto di vista e della prospettiva, il groviglio ipnotico di echi, flash sonori e luminosi, si collegano ad un formalismo evidente e dichiarato. Ossessioni che hanno la funzione di comunicare il messaggio complessivo dell’opera, di qualificarla, o più semplicemente di caratterizzarne il senso, con forza.

Erika Di Giulio

 

Il disco volante

Regia: Tinto Brass

Durata: 83’

Produzione: Dino De Laurentiis, Italia, 1964

Sceneggiatura: Rodolfo Sonego

Fotografia: Bruno Barcarol

Musica: Piero Piccioni

Montaggio: Tatiana Casini Morigi

Cast: Alberto Sordi, Silvana Mangano, Monica Vitti, Eleonora Rossi Drago, Carlo Mazzarella, Lello Bersani, Guido Celano

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