Un’occhio veneziano guarda il mondo: “Chi lavora è perduto”

Chi-lavora-e-perduto-In-capo-al-mondo-Tinto-Brass-1963-1Opera prima diretta e personalissima, “In capo al mondo” – ribattezzato in “Chi lavora è perduto” per volere della censura –  si rivela alla Mostra veneziana del 1963 come primo film arrabbiato della storia del cinema italiano, dominato com’è da uno spiccato senso di rivolta e di rifiuto per ogni forma di stabilizzazione sociale, ideologica, istituzionale. Anarchismo di forme e contenuti in un radicale superamento dei valori della società borghese. Dietro umori beffardi e iconoclastia irriverente, il film tradisce un patrimonio nostalgico e di delusioni, il cui punto di riferimento costante restano l’Antifascismo, la Resistenza, la grande speranza del primissimo dopoguerra e la bonaccia dell’Italia miracolata. Da Venezia e dal suo panorama privilegiato, questo film guarda il mondo, il capitalismo, il comunismo, la Chiesa, lo Stato, la fabbrica e il manicomio, riflettendo sulle contese ideologiche del nostro tempo. In primo piano una storia fatta di segmenti irrelati, com’è scomposta la vita del protagonista.

Bonifacio B. (Sady Rebbot), 27 anni, giovane disegnatore appena diplomato, è atteso a un colloquio di lavoro e sta per entrare a far parte di una grande industria. Affatto eccitato da questa opportunità, preferisce girovagare per le calli e le piazze assolate di Venezia in un giorno d’estate, dando libero sfogo ai suoi pensieri. Corre sempre Bonifacio. Riceve un’educazione clericale e reazionaria, vede disgregarsi le amicizie e le solidarietà giovanili, ama ricordare i colori del funerale rosso di un compagno, fa abortire la sua ragazza (Pascale Audret) a Ginevra e adesso è di fronte alla necessità di inserirsi nel sistema, respingendo mentalmente ogni tipo di autorità costituita e di corpo sociale che vorrebbe inglobarlo. Il caldo del mezzodì estivo, il bisogno di ingannare il tempo e di prendere una decisione importante, sollevano una confusione surreale di ricordi burleschi, fantasie e vaneggi. In un ultimo delirante tentativo di arrivare a una soluzione, si immagina tenutario di bordello, impiegato, scassinatore di banche, attore, falsario. L’unica forma di protesta che gli rimane è quella di rifiutare il lavoro, punizione estrema inflitta da Dio all’uomo. L’incontro con Claudio (Tino Buazzelli), degente agli ospedali marini, lo induce a pensare a Kim (Franco Arcalli), amico colpito dalla violenza fascista e chiuso in manicomio per atteggiamento indigesto al potere. Tutti attivisti di sinistra, puniti a causa del loro idealismo libertario. Bonifacio è l’antieroe amareggiato dal fallimento dei suoi ex-compagni, morti, ricoverati in sanatorio, finiti per sempre nelle gabbie dei matti.

chilavoraèperduto_locandina_opereprimeSullo sfondo di una Venezia reinventata e inedita, che diventa teatro di un cinema ricco di scatti, estro e forza sconsolata, il protagonista ribelle e disilluso, rappresenta il doppio stesso di Brass, uomo incapace di tollerare l’apparato socio-politico del tempo (e di tutti i tempi). Il principale problema affrontato dal regista in questo film d’esordio è dunque quello dell’integrazione impossibile e rivela senz’altro un autobiografismo evidente, manifesto nelle psicologie, nell’urgenza di comunicare, di esprimersi: un complesso di voglie, desideri, rabbia, insoddisfazione che esploderanno poi completamente nel ’68. Vero e proprio zibaldone ricco di umori anarcoidi, il film venne considerato contrario e offensivo nei confronti di morale, Patria, Costituzione, famiglia, lavoro, religione.

Brass risolve in termini ferocemente grotteschi i tabù della famiglia borghese, nega con ironia più divertita e distaccata la parallela mitologia dell’ordine, del benessere, del lavoro, ma si eleva d’altra parte verso i toni caldi della lirica, all’asprezza d’accenti del dramma, per dipingere gli opposti ideali del marxismo, cui il protagonista vorrebbe ma non sa aderire fiduciosamente.

La libertà nell’utilizzo della macchina da presa che ha imparato da Godard e attraverso lui da Rossellini, si esercita in “Chi lavora è perduto” ai fini di una complessa e sfumata polifonia stilistica. Evoluzione del materiale sensibile e snellimento dei meccanismi di ripresa, immediatezza della rappresentazione, flusso di coscienza condotto in prima persona ad accompagnare una confessione tutta pubblica, in cui le aspirazioni private di un uomo qualunque si fanno esperienza comune, motivo di riflessione. All’insegna di un cinema che liberi e si liberi.

Dal canto suo Brass, era intenzionato a rifondare con questo film gli elementi base della tecnica narrativa: fotografia, inquadratura e montaggio. Come se, a tanto radicalismo linguistico, non facesse riscontro un’altrettanto radicale esposizione di tematiche delle quali non si poteva fino ad allora parlare. La disoccupazione strisciante, il disadattamento sociale (più pernicioso perchè legato al dramma della Resistenza), l’amore fisico che comporta scelte difficili, l’educazione all’antica legata all’imposizione religiosa. In accordo con il cinema verità, Brass utilizza la cinecamera come agente provocatore, a stimolare reazioni e comportamenti, omaggiando l’autenticità, manipolando la grammatica tradizionale. Di qui la necessità dell’improvvisazione, della trascuratezza formale, del linguaggio disadorno, il rifiuto di una colonna sonora come semplice abbellimento. Un caleidoscopio di sequenze grottesche e di surreale ironia per cui l’occhio osserva vivere i personaggi che diventano corpi in azione, e si perde, in una realtà brulicante, per poi arrendersi al labirinto (è nelle forme che si nasconde il senso).

La fluidità acquatica della narrazione è sempre capace di conservare vigile lo sguardo dello spettatore e la presenza determinante di una protagonista regolarmente scritturata, Venezia, città madre e amante. Una piccola sinfonia urbana si accompagna alla flânerie di Bonifacio, goliardo, disilluso, individuo malato di spleen che affronta il mondo a colpi di calembours, di luoghi comuni, di filastrocche cantilenanti che punteggiano il monologo interiore in una sorta di divertimento dadaista.

Più o meno compiuta che sia, questo perla calda e amabile dell’avanguardia sociale offre un sapore di realtà che invano cercheremo in tante pellicole di stampo tradizionalmente romanzesco, e resta un’opera figlia del suo tempo in cui si respirano i propositi rivoluzionari e riformatori della Nouvelle Vague francese con il suo crepuscolarismo, così come gli aneliti di rinnovamento delle generazione degli esordienti italiani, definita dalla critica micro Nouvelle Vague.

Erika Di Giulio

 

Titolo originale: In capo al mondo

Produzione: Italia-Francia, 1963

Durata: 85 min

Genere: drammatico

Regia: Tinto Brass

Sceneggiatura: Tinto Brass, Giancarlo Fusco

Produzione: Moris Ergas

Fotografia: Bruno Barcarol

Montaggio: Tinto Brass

Musiche: Piero Piccioni

Cast: Sady Rebbot, Pascale Audret, Franco Arcalli, Tino Buazzelli, Piero Vida, Nando Angelini

 

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