La canzone dell’immortale, strategie di sopravvivenza

copertinaImmortalePasixwebIn principio fu la trans-globalizzazione. Ed è ancora così. Nel pianeta eletto regna la stabile armonia e ci vivono i tripla A, cittadini immortali a tenuta garantita. Autorigenerati di mente, clonati a piacimento, carica massima oltre il limite temporale e resettaggio selettivo della memoria da spararsi sottopelle, si sottopongono a trattamenti di oblio per stare sempre sul pezzo e sono liberi da tutto, per sempre giovani, in contemplazione. Mica come i Derivati di classe B, quelli vanno sempre di corsa non si sa per dove. “Nella strenua lotta di tutti contro tutti che genera insoddisfazione ad alto contenuto energetico”, sono afflitti, affaticati, schiavi, precari e hanno solo cattive notizie da darci.

Nel regno delle esistenze perdute pascolano i retrocessi, scarti umani in balia degli umori, a capo chino sul passato che ha consumato ogni possibilità. E se l’Immortale, vive in assenza di turbamento e non prova emozioni, il Derivato semplicemente non può più. Gli manca l’ispirazione e la paura fa novanta.

Ma nella vita, si sa, è tutto un attimo. “Scrivimi una canzone”, dice Lei. Sacerdotessa bella come il mondo e casta che si sente già in paradiso, ha scagliato la sua freccia telepatica innescando il tormento del desiderio. Una richiesta naturale che irrompe, frantumando il tempo immobile e generando un movimento nel presente esteso, una lacrima iridescente, un nuovo inizio. E che ci vuole, basterebbe metterci un po’ di sentimento. Peccato che all’eletto gli hanno ucciso la creatività, ha perso la sua capacità di sentire, di immaginare, di ricordare e quanto gli manca quella roba lì, adesso. È un mezzo morto che si crede eterno. Superuomo tutto sommato incapace, alla ricerca disperata dell’umanità nel castigo impeccabile del vuoto cosmico. Al B side dell’immortalità intanto, un cantautore di scarso successo subisce i suoi cinquanta nella zona morta dell’attesa. Marito insoddisfatto, è costretto a lavorare nell’Archivio Digitale Permanente, dove si scelgono le canzoni da recuperare e quelle da cancellare definitivamente. Un ospedale in cui trovano ricovero i pezzi caduti nell’oblio, sgrassati dalla macchina che li processa, secondo un indice di produttività emotiva adatto alle esigenze di mercato. Durante una seduta di terapia psicomusicale, ascolta un suo brano dimenticato, che risulta però depositato vent’anni prima.

Dritto e rovescio lanciati all’inseguimento della propria canzone, invocata senza sosta nella dualità e nel dialogo incessante di lato A e lato B, a convergere infine sulla figura di un misterioso cantore-poeta che vive in baracca. Riuniti, sulla linea di un paradosso spazio-temporale. Sovrapposti, al cospetto di sè. 

Opera di tono sociologico, che trova nella musica (e nelle citazioni disseminate nel testo) un forte anello di congiunzione. La costruzione del tempo musicale si fa così ponte per la resistenza e occasione di riscatto, momento di condivisione e offerta di meraviglia.

Che l’assenza di memoria neutralizza rovinosamente la progressione, la possibilità di avanzare, di compiersi. Da qui il seme caotico e generativo di un’umanissima provocazione, la messa a punto di una strategia di conservazione dell’io a salvaguardia della traccia sensibile, dell’essenza individuale, contro l’isolamento, a protezione del battito, del ritmo giusto. Suona bene la canzone di Pasi, bella e distopica, accordata sulle note orwelliane e fantascientifiche di una lettera dal futuro, monito affascinante dall’incedere profetico e a tratti durissimo, arrampicato sulle corde di un’amara preveggenza, a spingere sulle tensioni da esorcizzare, ardente di lucida follia, ironico nell’alternanza dello stile. Presiede al risveglio della coscienza, nella psicoanalisi di certe dinamiche non sense che ci fanno girare in tondo sulla ruota della fortuna in attesa di ripescaggio, a mimare, cappio della speranza al collo, una vitalità cui abbiamo rinunciato, a fingere obbedienza, per poi eludere il sistema di controllo e ridestarci al gran concerto dei ribelli. Credere, obbedire, competere. A rivisitare vecchi refrain che si drizzano i peli, tanto sono veri.

Un talento visionario dalla vena postmoderna a dannarsi sul tempo, sull’amore, sulle passioni e la vecchiaia, e su tutti quei sentimenti che hanno perso sostanza, fatti d’acqua, nella dinamica impietosa del rating esistenziale. Più il valore di mercato è alto, tanto puoi permettertela questa vita.

Erika Di Giulio

 

La canzone dell’immortale

Paolo Pasi

Edizioni Spartaco, 2017

pp.160

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