Ancora Wonder Woman

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Ecco che improvvisamente nel 1941, nel mondo dei fumetti e non solo, arriva a portare scompiglio Wonder Woman: tutti gli eroi fumettistici dell’epoca erano maschi, forti, muscolosi, intelligenti e pronti a salvare la fanciulla di turno, a conferma, anche per i giovani lettori, dell’ordine sociale dell’epoca che voleva gli uomini al comando e donne mansuete tra fornelli e prole esentate dal pensare e decidere.
Wonder Woman, nasce però incredibilmente dalla matita di un uomo, William Moulton Marston, che per la DC Comics, proprio nel 1941, dà vita a quest’eroina figlia di Zeus che vive nell’Isola Paradiso, abitata da amazzoni. Oltre ad essere bella e vestita di abiti succinti, è dotata di forza sovrumana, vola, corre a velocità supersonica, comunica con gli animali, parla molte lingue, non invecchia e non può morire, a meno che non venga uccisa. E’ negli anni del secondo conflitto mondiale che un pilota dell’esercito statunitense, Steve Trevor, precipiterà con il suo aereo nell’isola mitologica abitata dall’eroina che verrà così a conoscenza del pericolo nazista. Wonder Woman deciderà allora di intervenire per fermare il conflitto: perché una donna non può cercare di salvare le sorti del mondo esattamente come i suoi colleghi supereroi maschi?
Certo questa pretesa non poteva passare inosservata e infatti non avvenne: già verso la metà degli anni 50, erano passati i tempi in cui le donne prendevano il posto degli uomini in fabbrica, partiti per il fronte della seconda guerra mondiale. Era necessario tornare alla normalità, o presunta tale e ristabilire l’ordine: ognuno doveva stare al proprio posto.

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Pubblicità risalente agli anni ’50

E’ in questo clima che, nel 1954 lo psichiatra statunitense di origine tedesca Fredric Wertham pubblica “The seduction of the Innocent”, teorizzando gli effetti dannosi che i media e i fumetti in particolare, hanno sullo sviluppo infantile. A onor del vero questi sono gli anni in cui i media cominciano ad acquistare sempre più forza e oggi sappiamo quanto effettivamente il loro impatto possa essere determinante, così come lo stesso Wertham da sempre era sensibile ai temi della violenza e della difesa dei bambini da stress psicologici. Ma il saggio dello psichiatra statunitense, che destò addirittura l’attenzione e la preoccupazione del Congresso degli Stati Uniti e portò gli stessi editori di fumetti a produrre un codice di autocensura, appare davvero lo specchio di un’epoca: l’accusa di allusioni sessuali nascoste, nudi femminili tra i disegni delle cortecce degli alberi, Batman e Robin identificati come coppia omosessuale, fumetti come una delle principali cause di delinquenza giovanile e come degenerazione della letteratura popolare e così via.

E Wonder Woman, che per la sua forza e indipendenza fu ritenuta lesbica, non poteva uscirne indenne, tanto che subirà trasformazioni che snatureranno lo spirito originario del personaggio. Ma questa è solo una parte della storia di Wonder Woman, che nel corso dei quasi ottant’anni trascorsi dalla sua nascita, ha attraversato modifiche e numerosi tentativi, a volte maldestri, di adattarla ai tempi che passano o di ridimensionarla ad un’immagine femminile più tradizionale. Negli anni settanta è stata poi protagonista di due serie televisive statunitensi e se nel 2016 è apparsa anche sul grande schermo nel film “Batman v Superman”, adesso arriva al cinema da protagonista. E ci sono voluti più di settant’anni perché succedesse…
Non bisogna poi dimenticare come la cronaca e la vita di tutti i giorni ci dimostrino come la paura e la disapprovazione che suscitano la libertà, la forza e l’indipendenza di una donna siano assolutamente reali, così come il corpo femminile rimane ancora terreno di scontro tra fazioni opposte che si battono per decidere cosa sia giusto o sbagliato: maternità, abbigliamento e canoni estetici…
Non sarà che abbiamo ancora bisogno di Wonder Woman? 

Sara Pezzati

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