I tre volti di Ecate, la redenzione impossibile

copertina-ecatell furto di un reperto di valore dalla villa lussuosa del Conte Balsamo e due ladri ragazzi a farci scappare il primo morto. Doveva essere un lavoretto bello semplice, invece qualcosa è andato storto. Ma di chi è il cadavere con le scritte cirilliche addosso? E quel Messala che dovrà mai farci con una scultura di bronzo? È già il ricco proprietario di un albergo, il tipo con il piranha vegetariano nell’acquario venuto da Bogotà, tanto per intenderci. La vorrà per sé o ha agito per conto di qualcun altro?  E la statua adesso, dove è andata a finire? Certo si tratta proprio di un bel gioiellino, pure se un pò strano a dir la verità: dea bronzea nel corpo di tre donne attaccate per la schiena, trinità di giovinezza, maturità e vecchiaia. Ecate, una delle divinità più misteriose dell’iconografia greca, profetica allegoria dei modi con i quali l’uomo, nelle diverse età, va incontro alla propria fine.

Ad occuparsi del caso il commissario Nebbio, tutore disgustoso del disordine nonchè guardia cinica e in odore di sadismo. Tanto cattivo e con un fiuto che certe volte tradisce pure lui. Scambia la trippa per pollo arrosto. Nei panni dell’aiutante, Mario Sforza, tosto, combattente, un uomo di mondo. Miliziano dal color mediorientale e dal passato oscuro e leggendario, vive eremita al casolare degli Argentieri e si coltiva una sativa autoprodotta da sballo.

Mamma Emma con lo smanicato delle casalighe e la puzza di casa. I padri, non si sa. Parvenus, morti ammazzati, depistaggi. In faccia al mare per darsi pace. Calibro 9 come amuleti magici e questioni d’onore. Lo scoramento e l’istinto beffardo dei ragazzi di vita svezzati da piccoli, che non hanno più niente da perdere, cresciuti nel ventre espanso di una città innominata che si fa teatro del male. Che non bastano le migliori intenzioni per riscrivere un epilogo, altro che Padre Luigi e Santa Teresa D’Avila. Siamo tutti all’inferno e la giustizia è una pura illusione nel caos naturale dell’esistenza. Strade, quartieri, casolari si mescolano a salsedine, cemento e polvere da sparo. E il desiderio feroce di riscatto fallisce rovinosamente, passando di mano in mano, di destino in destino, di colpa in colpa, traghettato da Ecate nel regno dei defunti, assieme a tutte quelle anime disgraziate, abusate e corrotte che hanno osato sfidarla, certe di farla franca.

Un giallo carico di luce, che splende al sole di Brindisi e della Turchia. Santoro non lascia niente al caso e parte alla volta di un’esplorazione interna del genere, auspicandone forse una riscrittura e senza peccare in autenticità, chiama a sè la mitologia e si mette a ragionare sul fato, aggregando e districando abilmente la matassa. Organizza l’intreccio sulle mosse di un movimento a scacchiera che spartisce le sorti e la messa in scena, preferendo slittamenti precisi e veloci dei quadri narrativi, destreggiando il limite temporale, e procede spedito, a suon di colpi ben assestati. All’esordio con Non c’è tempo per il sole, segue un noir dalla linea destrutturata, a ingrossare rapidamente per poi snellire, a semplificare attraverso una geometrica quanto appassionante proliferazione di verità e punti di vista, garantendo ritmo, caratterizzazione adeguata e finale inatteso.

Erika Di Giulio

I tre volti di Ecate

Vito Santoro

Edizioni Spartaco, 2016

pp. 185

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