Un americano a Roma: lo sguardo dello straniero


Formato fotoEssere sempre in viaggio fa parte della nostra natura
: da un pensiero all’altro, da una fase della vita a quella successiva, da un progetto fino alla sua realizzazione, da una pagina a quella seguente e così via. Poi c’è il viaggio che ci porta da un luogo ad un altro: per piacere, per lavoro, perché scappiamo da una guerra, dalla fame, dalla discriminazione. Qualsiasi sia il tipo di viaggio però, incontreremo persone, imprevisti, cambiamenti, nuove abitudini, problemi, pregiudizi (i nostri e degli altri) e meraviglia.
L’umanità si è ingegnata nel corso della sua esistenza per fornire istruzioni di qualsiasi tipo che potessero aiutare gli altri viaggiatori, contemporanei o futuri che fossero: se pensiamo senza confini, in fondo molti grandi romanzi possono essere letti anche come guide per l’avventura, l’amore e la vita più in generale.
Ma c’è da precisare che per quanto riguarda il viaggio inteso come spostamento fisico da un luogo all’altro, esiste un genere specifico dedicato a questo argomento, ovvero la letteratura di viaggio.
Un genere letterario ampio, che raccoglie produzioni assai diverse tra loro ma accomunate dal tema del viaggio in tutte le sue accezioni: romanzi di grandi scrittori (pensiamo a Bruce Chatwin), resoconti di grandi autori, cicli mitologici come “L’Odissea”. Le guide turistiche, dato il loro carattere prevalentemente informativo, non possono essere certamente considerate “letteratura”, ma esistono opere che si collocano a metà strada tra la guida turistica e la letteratura di viaggio, tra queste una delle più famose è certamente “Un americano a Roma” di William Mitchell Gillespie, pubblicata nel 1845. Gillespie è un newyorkese che tra il 1843 e il 1844 soggiorna nella città eterna, compiendo quello che venne definito Grand Tour: già a partire dal Cinquecento era frequente nell’aristocrazia compiere lunghi viaggi per fini culturali e educativi. Ma è nel Settecento, secolo dei Lumi, che il viaggio in Europa alla scoperta delle arti classiche e della cultura diviene un passaggio fondamentale nell’educazione e la formazione dei rampolli che entreranno a far parte della classe dirigente. In realtà il Grand Tour diverrà consuetudine per gran parte dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, nonostante ciò solo più tardi sarà concesso anche alle donne: aprirono la strada tra pregiudizi e scandalo femministe ante litteram come Mary Wollstonecraft o la baronessa e scrittrice nota come Madame de Stael. TURISTI GRAND TOUR
William Mitchell Gillespie, conclusi i suoi studi di ingegneria a Parigi, parte quindi per Roma. E ci consegna una guida che è certamente molto più di una guida: tra citazioni e tono ironico, consiglia chiese e monumenti da visitare, luoghi in cui mangiare, piatti da provare e quelli da evitare, accortezze da usare per evitare pericoli e furti, riportando tipi di informazioni che si trovano anche nelle guide turistiche dei nostri giorni ed anche in molti siti dedicati al tema, persino nei siti istituzionali.
Ma aggiunge qualcosa di più, perché con lo sguardo dello straniero che guarda con occhi nuovi, suggerisce di visitare certi luoghi al chiaro di luna o racconta indignato l’atteggiamento del potere ecclesiastico che opera per mantenere nell’ignoranza gran parte del popolo: “(…) il governo ritiene che l’ignoranza sia la sua forza (…) queste scuole, però, sono sotto la direzione del clero che le usa come potenti strumenti per infondere nelle menti delle nuove generazioni pregiudizi e dottrine atte a scoraggiare la ricerca e ad inculcare la sottomissione”.
Aggiunge le sue impressioni e riflessioni su un popolo, smentendo l’idea diffusa che gli italiani siano indolenti, codardi e crudeli, ne ammira invece l’acutezza, il carattere generoso e poco formale, ma rimane stupito dei pregiudizi che incontra riguardo agli americani, creduti da molti un popolo di colore!
Osserva le contraddizioni: la magnificenza e la solennità di luoghi e riti, le feste eleganti dell’aristocrazia e una miseria diffusa “(…) di continuo incrementata dalla politica miope del Governo che scoraggia industria e commercio con oppressioni e restrizioni retrograde.”
Racconta la presenza di un gran numero di mendicanti, non necessariamente poveri ma largamente tollerati, la carità e la benevolenza largamente praticate attraverso ospedali e confraternite che si occupano di infermi e bisognosi. Una città in cui si sentono parlare più lingue, in cui la presenza di stranieri e turisti contribuisce a contrastare pregiudizi che vanno spegnendosi, ma che rimangono ancora radicati, come le superstizioni, nelle campagne e villaggi circostanti.
Leggendo Gillespie verrebbe da chiedersi quanto, a distanza di poco meno di due secoli, sia cambiato il mondo, l’atteggiamento di un viaggiatore e di uno straniero, la meraviglia e il pregiudizio di chi arriva e di chi ospita.
“Un americano a Roma” nella traduzione di Attilio Brilli, docente universitario tra i massimi esperti di letteratura di viaggio, fa parte della collana Le città ritrovate, consultabile presso la Galleria e la Casa Museo Ivan Bruschi ad Arezzo: rileggerla è un’occasione per mettersi nei panni di uno straniero che arriva in un posto nuovo, con aspettative, curiosità e timori, ma anche per guardare dentro noi stessi, riflettere su come possiamo essere percepiti dall’altro.

Lampedus1Gillespie era agiato, colto e aveva quindi la fortuna di viaggiare per piacere, alla ricerca di cultura e conoscenza, ma la tragedia delle massicce immigrazioni dei nostri giorni, l’allarmismo, la sensazione di molti di sentirsi invasi, ci porta a dover pensare ad un altro tipo di straniero, colui che viaggia e si sposta perché costretto da povertà, guerre e persecuzioni. Ancora di più, in questo caso, dovremmo provare a guardarci intorno con gli occhi dello straniero.

Sara Pezzati

 

http://www.arte.rai.it/articoli/piccola-storia-del-grand-tour/20054/default.aspx

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