La tenerezza di Gianni Amelio

la tenerezzaChissà perché un film di Gianni Amelio viene presentato con una locandina che più brutta non si potrebbe; chissà perché poi il nome di Renato Carpentieri compare dopo quello degli altri attori, preceduto da una e, come fosse poco più di un cameo, quando invece è in scena quasi sempre, dall’inizio alla fine. Bravissimo, nel restituirci la caparbietà di chi non vuole sentirsi invecchiare, di chi nasconde le debolezze dietro una corazza di cinismo.
E’ un anziano avvocato, Lorenzo, uscito dall’esperienza di un infarto che sembra non averlo cambiato: anaffettivo, distante, soprattutto nei confronti dei figli con cui non parla più (Elena – Giovanna Mezzogiorno – e Saverio – Arturo Muselli), avvezzo com’è da tempo alla sua solitudine. Una scelta di vita che lo ha confinato nel suo appartamento. Bell’interno borghese, ma senza ascensore e lui fa le scale, porta la spesa da solo, con l’affanno del corpo e dell’anima. Poi un giorno incontra Michela (Micaela Ramazzotti), la nuova vicina, una forza della natura, la definisce lui, ma sarebbe bene che la natura si riposasse un po’, gli risponde il marito Fabio (Elio Germano).
Un bel cast e ben assortito per questa narrazione; per raccontare una storia che tocca temi condivisi come le relazioni familiari, e quanto siano legate, intimamente, alle infanzie di ciascuno, qui solo accennate, ma si capisce come abbiano influenzato la vita a seguire. Michela è orfana e cerca amore con la sua svagatezza, col suo rimanere bambina; Fabio vuole fare l’uomo di casa, ma neppure lui è cresciuto, ancorato a un’età dell’oro che noi non conosciamo, ma il suo attaccamento morboso ai giocattoli ce la suggerisce. Quando Lorenzo gli chiede che lavoro fa, lui risponde: “Quello che ha voluto mia madre”, di cui sappiamo è figlio unico.
Elena è una Giovanna Mezzogiorno che sembra aver perduto la luce negli occhi, quei suoi occhi chiari così belli ora sono spenti dalle occhiaie, il suo corpo svalorizzato da abiti sobri al limite della mortificazione. Si ostina a recuperare un rapporto con Lorenzo, perché un padre è un padre, dice al fratello che risponde al silenzio paterno con il suo di silenzio e con disprezzo. Piano piano emergono i motivi per cui i rapporti si sono intossicati a tal punto, ma il primo responsabile è Lorenzo stesso, che, confida a Michela, quando i figli sono cresciuti ha smesso di amarli.
Personaggi tutti di una fragilità sorprendente, di un disagio che attraversa le generazioni, e che questa volta riguarda di più gli uomini, il giovane e l’anziano, entrambi incapaci di godere degli affetti, di trovare le parole giuste per dirli, il linguaggio dimenticato della tenerezza, appunto. Incapaci di guardare fuori di loro e all’interno di loro stessi, di guardare avanti, e indietro. Ancor meno di far loro l’insegnamento della poesia araba recitata da Giovanna Mezzogiorno: “La felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare, non è davanti, ma dietro, tornare non andare”. Una lezione che si impara con quella grande fatica emotiva che né Lorenzo, né Fabio vogliono affrontare.
Però Lorenzo si riscopre capace di amare Michela come gli fosse figlia e i suoi bambini come nipoti, mentre con il suo, che vede di nascosto da Elena, ha un rapporto strano, decisamente poco appagante. A casa loro invece è il nonno che gioca e il padre che dà lezioni di cucina. Massimo Girotti nella Finestra di fronte di Ozpetec insegnava a fare le torte, giusto alla Mezzogiorno; qui Renato Carpentieri passa a Michela i segreti del ragù napoletano che non ha fretta.
Intorno a loro una città viva, ma per una volta al di fuori dal cliché. Ci sono i vicoli, sì, le pulsazioni tutte napoletane, per cui Fabio sussulta se gli passa un motorino accanto, ma siamo lontani dalla città chiassosa e periferica della recente Parrucchiera di Stefano Incerti. Nel film di Amelio si può anche camminare in solitaria senza essere disturbati; belle le due passeggiate di Lorenzo e Fabio montate in maniera alternata, a rendere ancora più densa la loro solitudine. Pensi, s’incontreranno, e invece non succede.
E’ una Napoli diversa anche da quella del romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone da cui La tenerezza è liberamente tratto, ambientato al Vomero, perché Amelio non poteva rinunciare ai quartieri spagnoli, in sintonia con l’intensità della vicenda.
Eppure da un certo punto in poi le sofferenze smettono di parlare al cuore dello spettatore, anche nelle scene più altamente drammatiche. Non si capisce se il regista abbia volutamente cercato qualche tecnica straniante (se sì, è molto ben nascosta) o semplicemente non sia riuscito a superare il confine tra la tragedia raccontata con troppa asciuttezza e la commozione, quella vera.
Amelio, in una intervista, ha raccomandato di non raccontare la fine del suo film e noi rispettiamo questo desiderio, convinti comunque che la conclusione non poteva essere che questa. E non possiamo parlare neppure degli eventi che danno una svolta intollerabile a tutto quanto perché inaspettati, fuori dal comune. Indicibili.
Possiamo dire però che la voglia di tenerezza o la tentazione di essere felici del protagonista, negata, rimossa, ed emersa poi all’improvviso, in maniera tardiva, nonostante la recitazione impeccabile di Carpentieri o forse proprio per questo, non cattura la nostra anima.
Diceva Dante Alighieri: “E se non piangi, di che pianger suoli?”. Per cui, o noi spettatori siamo diventati di colpo mostri d’indifferenza, o davvero La tenerezza ci lascia sulla soglia del cuore in inverno,  dove avviene la lotta tra la rigidità delle difese  e il lasciarsi finalmente andare. Di poco; quanto basta a farci uscire dal cinema con il dubbio sulla nostra disponibilità al coinvolgimento o su quella dell’autore.

Margherita Fratantonio







La tenerezza

Regia: Gianni Amelio

Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio

Interpreti: Renato Carpentieri, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Elio Germano, Arturo Muselli, Greta Scacchi

Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Comune di Napoli

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 103 minuti

Uscita: 24 aprile 2017

voto: 4/5



__________________________________________________________________


CORSO DI CRITICA CINEMATOGRAFICA

colazione da

giornalismo cinematografico

per il web e carta stampata

(siamo esperti di formazione per donne e tematiche di frontiera)

INFO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...