Non è un paese per giornalisti

GABRIELE DEL GRANDENon è necessario un gran dispiegamento di eserciti per incutere timore, basta un giornalista.
Ne sa qualcosa la Turchia del Presidente Recep Tayyip Erdogan. Ma lo sa benissimo anche Gabriele Del Grande.
Erdogan è stato primo ministro dal 2003 al 2014, anno in cui è stato eletto Presidente della Repubblica turca.
Due anni dopo scoppia la protesta al Gezi Park, contro l’abbattimento degli alberi del parco per far spazio alla costruzione dell’ennesimo centro commerciale: una protesta che cresce di dimensioni, assolutamente pacifica e che si trasforma in un movimento, duramente represso dalla violenza della polizia.
Comincia qui a rivelarsi la volontà repressiva di Erdogan, anche nei confronti dei mezzi di comunicazione: se alcuni di essi si esprimono criticamente nei confronti della violenza delle forze dell’ordine, la CNN turca, nel corso degli scontri manderà in onda un documentario sui pinguini… In seguito molte testate critiche verranno rifondate e le linee editoriali rese compiacenti.
Sarà però il 2016 l’anno della svolta: in luglio verrà sventato un golpe militare che mirava a rovesciare il Presidente Erdogan, che riterrà colpevole il predicatore e politologo Fethullah Gulen. Verrà quindi proclamato lo stato d’emergenza che giustifica ampie possibilità di manovra alle autorità, sospensione di molti diritti, numerosi abusi da parte del potere e si scatena l’azione di censura nei confronti dei mezzi di ERDOGANcomunicazione: ad oggi risultano chiuse più di 160 aziende del settore, testate giornalistiche e televisioni. Sono più di 120 i giornalisti detenuti nelle prigioni turche, nella maggior parte dei casi senza processo. Il trattamento speciale a loro riservato prevede solo incontri monitorati, con i parenti più stretti una volta a settimana solo attraverso telefono o vetro, divieto di ricevere lettere e libri, niente relazioni con altri prigionieri se non con i compagni di cella. Per essere precisi la Turchia arresta più giornalisti di ogni altro paese al mondo: un terzo dei giornalisti arrestati nel mondo si trova proprio in Turchia ed anche per questo motivo che si è ampiamente meritata il 151° posto nella classifica dedicata alla libertà di stampa stilata da Reporters Sans Frontières. E dopo il referendum che si è svolto da pochi giorni, il Presidente turco ha ottenuto il consenso, se pur per pochi voti contestati dagli oppositori e dall’OCSE, di una riforma costituzionale che determinerà un maggior accentramento del potere nelle sue mani.

E’ proprio nella Turchia di Erdogan che si trova Gabriele del Grande: una di quelle persone che fanno la differenza. 35 anni e originario di Lucca, ha collaborato con l’Unità, Redattore Sociale, Peace Reporter oltre ad regista del celebre documentario “Io sto con la sposa”. Ma soprattutto ha creato nel 2006 il blog Fortress Europe: qui raccoglie dati e racconta eventi riguardanti i morti e i naufragi dei migranti nel Mediterraneo, il loro viaggio nel tentativo di raggiungere l’Europa. Da qualche tempo, zaino in spalla, cerca di ricostruire la storia e la memoria della guerra in Siria, la nascita e lo sviluppo del terrorismo dell’Isis. Parlando con coloro che da quel paese sono fuggiti proprio in Turchia, stando tra la gente, ascoltando le loro storie, in maniera spontanea e senza mediatori. Il 9 aprile è stato fermato dalla polizia turca al confine con la Siria, nella regione sudorientale di Hatay e adesso è in stato di detenzione a Mugla, in isolamento, senza che sia stata ancora formalizzata alcuna accusa specifica. Tutte le sue cose sono state sequestrate e il 18 aprile, nell’unica telefonata che gli è infine stata concessa dalle autorità turche, ha raccontato alla famiglia che sono continui gli interrogatori sulla attività di ricerca che stava svolgendo proprio in quei giorni in Turchia. Il giornalista e blogger ha iniziato da qualche giorno lo sciopero della fame, chiedendo una mobilitazione a livello politico e mediatico (numerose le iniziative nate subito a sostegno di Del Grande). Dopo giorni di richieste da parte del Ministro degli Esteri Alfano, quindi dalla Farnesina e dal Presidente del Consiglio Gentiloni, oggi le autorità turche hanno finalmente concesso un colloquio tra il console italiano e Del Grande.
C’è un altro protagonista in questa storia, il cui silenzio è in realtà assordante: nonostante le solite dichiarazioni di circostanza all’Europa conviene in fondo non ostacolare realmente l’ascesa autoritaria di Erdogan: nel marzo del 2016 Europa e Turchia hanno infatti raggiunto un accordo sulla gestione congiunta dei migranti. In cambio la Turchia ha ottenuto, tra le altre cose, la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi che desiderano entrare in Europa e la riapertura della possibilità di un ingresso della Turchia nell’Unione Europea.

STAMPACambiano i protagonisti, ma in realtà questa è l’eterna storia della lotta tra potere e libertà di espressione e di tutte le sue declinazioni: libertà di stampa, di cronaca, di informare, di essere informati e così via. Dare voce alla verità, agli ultimi e ai morti a dispetto di accordi, ipocrisie, convenienze, intimidazioni e aggressioni fisiche è il compito più alto che può scegliersi chi decide di fare della parola una vocazione e un’arma al servizio degli altri.

Sara Pezzati

 

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