Trenta per zero, gli anni che non contano

Di-Tella_Trenta-per-zero_il-PalindromoCompleanno con nodo alla gola. Che ci fai degli auguri. Ti credi inebetita, forse sei solo esausta. Triste, eppur lucidissima, peggio che andar di notte. L’occhio a fare il ballo di San Vito per lo stress. Plauto e il Professor T. e anestesie di gambe al petto. L’imbroglio di essere diventati grandi, che i desideri sono roba da ricchi e il tuo è un giorno di ordinaria incertezza, che non fa sconti e non ti vuole mai rilassata, manco a fare l’amore. Mischiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Trenta per zero, sempre zero fa. È l’amaro trionfo della proprietà commutativa e adultescente del vivere, che stai sempre al punto di partenza, sulla ruota del criceto a sgambettare, a mangiarti le briciole, a litigarti pure l’aria. Pizze in faccia, ogni volta che metti il muso là fuori. Volevi fare la scrittrice. Vorresti uno stipendio.

L’università e i motivetti sempreverdi, l’ammasso dei fuorisede destinati a rifare la valigia, lo sbraco delle motivazioni, schiavitù imperante che punisce partecipazione e reattività, la magniloquenza di una città eterna inghiottita dall’incuria. Zero tondo. Roma è una vecchia bisbetica indomata ammalata di ciarpame e stoltezza, difficile da vivere, non la riconosci più. Ma nulla cambia, e tutto si trasforma, come l’odore di casa di nonna. Faccia a terra, mamma e un’infanzia di sottomissione impossibile da riscattare, la dolciastra rassegnazione di tua sorella. L’aria è inospitale e meschina. Pezzi di vita scomposta passano per una trama che ha smesso di significare e pure il tempo è diventato una bestia strana. Per te solo vite in barattolo a rischio botulino, un tanto a centimentro cubo di sottovuoto, alla conserva delle illusioni. Bello però quel film al cinema con G., peccato aver messo mano alla pensione del padre per poterselo permettere. Della serie c’è poco da festeggiare, che a una certa età pure il sesso sfiorisce, l’hai letto da qualche parte. E il futuro è un lusso immaginarselo, già è tanto che ti svegli la mattina e l’autobus ti raccatta alla fermata.

Che a trent’anni bisogna figliare, altro che elegie, altro che laurea in Lettere. Ma che importa poi se non conosci il significato di “ireneo”? Campi uguale. Serve un lavoro vero per riempire la pancia, le lingue morte sono buone per farci il ghiaccio, e di troppa filosofia uno ci è pure morto (di fame). Mara Di Tella condensa ventiquattro ore di passione filtrate al setaccio del turbamento personale, tanto più virale, quanto più insopportabile. Frigida a simulare orgasmi senza soddisfazione, in galera pure dentro casa, quella del portiere del palazzo, al piano terra, dove arrivano gli odori e le vite degli altri e il benessere da guardare tutto naso insù. E là sotto con i suoi, insieme al brodo di cavolo, ingoia pure un po’ di lacrime. Impossibile non essere con Lei mentre ama ciò che resta di sua nonna, mentre s’indigna silenziosa, subendo i vizi grassocci e maleducati della Roma bene, e sorridendo ancora di pena e tristezza di fronte all’ennesima mortificazione per un lavoro non pagato, una professione mai riconosciuta, una mobilità sociale cinica e impudente. Protagonista senza nome che è tutti e per tutti, portavoce di mille esistenze sospese e instabili, pompate a due a due, in bolle d’aria guaste di fallimenti. Fantocci da non permettersi niente, nemmeno di darsi un nome tutto intero, a smadonnare sulle istruzioni di Ikea, di continuo fuori luogo o fuori tempo. Individui in affanno a sfuggirsi, mai completamente presenti a se stessi. Devono correre, fare in fretta per non so dove. In ritardo e in anticipo su tutto e i sensi sempre all’erta, che manco una dormita decente riesci a farti.  Detenuti dell’esistenza, confusi e arresi al cospetto dei non luoghi, allo stagno delle istituzioni  che mettono il cancelletto all’identità e si scordano di dare la chiave.

Già autrice di racconti e finalista al premio Orlando Esplorazioni nel 2014 con Autopatografia di un compleanno, Mara Di Tella racconta al colmo della verità, della tenerezza e del disincanto, in un romanzo d’esordio dal ritmo eccellente. Atto d’amore e onore ai sensi dorati della scrittura. Da sempre possibilità, liberazione, resistenza contro le offese e le ingiustizie di una vita che spesso non conosce vergogna.

La flânerie scolora ghignante nell’autocertificazione del malessere esistenziale che è di una generazione intera, e il disimpegno nouvelle vague di certe passeggiate con i personaggi, preferite dalle narrazioni degli anni Sessanta, inacidisce, assumendo una dimensione tragica e postmoderna, patendo una zerificazione delle prospettive, nutrita com’è dai condizionamenti e dalle paralisi assurde della contemporaneità. Che poi è un fatto di fiducia, una questione di qualità. Una formalità.

Erika Di Giulio

Trenta per zero

Mara Di Tella

Edizioni Il Palindromo, 2017

pp. 114

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