Ad alta voce, il riscatto della memoria in terra di mafia

copertina2Antonina ha solo 4 anni quando le ammazzano papà Nicolò. La notte che fu buio per sempre e le promesse della Vecchia Natala si infransero contro le urla di strazio di sua madre. E d’improvviso tutto cambia. Pure il cappottino rosso tinto di nero.

Se ne vanno i colori e smette di essere una bambina. Attaccata alle gonne di mamma, ci vorrebbe scomparire lì sotto. Orfana tutti i giorni, senza fine, per mano di altri che hanno deciso per lei. Papà era un sindacalista e aveva solo 37 anni. Poteva farsi i fatti suoi invece di fare il compagno e di sposare la causa dei contadini siciliani che andavano reclamando l’attuazione della riforma agraria per l’assegnazione delle terre incolte. E si sa che la mafia ha paura di uomini così e li uccide. Le tremano le gambe a quella e il suo potere non lo vuole proprio cedere. Nella Sicilia dell’immediato dopoguerra è un morto disgraziato, indegno pure dell’estrema benedizione. Che Cola Azoti la robba non ce l’ha, è un uomo di caccia, musica e compagnia e la moglie aveva pure dovuto lottare contro la famiglia per sposarselo.

Il caso è chiuso, archiviato. Anzi manco mai aperto. Un tormento durato una vita. Soffrire senza fare rumore, che poi sarebbe stato peggio. Sei confusa, addolorata. Hai la rabbia in corpo, e non capisci. Ci sono voluti 45 anni. Per trovare la forza di ricordarlo tuo padre, di dire chi fosse, per bene, una volta per tutte e mai abbastanza. Dare senso alla morte ricostruendone l’operato politico. Mettere le cose al posto giusto, definire sensazioni, dolori, inquietudini. E ora sei lì, a un mese dalla strage di Capaci, in cammino verso la tua resistenza. Il passato torna a regolare i conti e l’Albero Falcone è il simbolo di una personalissima liberazione. Inizi a pacificarti, fai luce, il tempo andato ti rende sollievo, onore e vittoria, il diritto di soffrire a testa alta. E ora finalmente per sempre tua. Per sempre mio, papà.

Ad alta voce è un atto d’amore, elaborazione composta di un lutto in cui la tragedia personale investe la collettività, muovendo da un’intima sofferenza, dal fatto privato che, grazie al coraggio di una donna, deve farsi politico e sociale. Riscatto della memoria che da personale conquista la dimensione pubblica, aprendosi alla collettività, alla comprensione altra, totale, significando del tutto. Una memoria difficile, che Antonina ha ricostruito lentamente ma inesorabilmente, restituendo pace e dignità a se stessa come donna e figlia e alla figura di Nicolò, sindacalista, padre, marito. Per sempre giovane. 

Caparbia e gentile, con l’ostinata dolcezza che solo una buona maestra può restituire, di fronte al suo uditorio più grande, grida Antonina, e mai si pente. Il cuore le galoppa in petto, ma la determinazione ha vinto. L’ha imparato da piccola a non mollare, a impegnarsi per un sogno, a difendere un’idea. Conosce il sacrificio e il rispetto è abituata a guadagnarselo. Il collegio, lo studio, gli anni addosso, a indovinare i cuccioli nella pancia di Catarì; i debiti, le lenzuola bagnate dagli assilli notturni e sembra quasi di sentirle in bocca quelle noccioline americane di zia Pippina. Quanto avrebbe voluto un vestito nuovo.

Una cosa sola nell’amore immenso di mamma e del compianto fratello Pinuccio, da proteggere pure se più piccola. Esigenza di normalizzazione e un perfezionismo indotto la attanagliano, a lungo in gara con se stessa e in difetto con la memoria del padre, nella lotta all’oblio e al coma delle coscienze, all’approssimazione che uccide due volte.

Preziosa e sofferta testimonianza nell’onestà naturale della scrittura, di una delle tante storie dal basso, condannate alla dimenticanza, rivendicazione garbata e potente di una lotta alla criminalità organizzata nel suo valore inestimabile, a rompere il silenzio e l’omertà, contro le ingiustizie di tutti i tempi, chiamando a se i morti meno illustri, quelli che al fianco di Falcone e Borsellino, hanno fatto anche loro la Storia, nel tempo di mafia che sembra non passare mai. Combattere l’incultura dunque, educare alla legalità, uscire dall’indifferenza per non essere complici, che senza memoria non si fa giustizia, e la lista degli impuniti s’ingrossa, insieme a quella delle vittime. Nominiamole. Includiamole. Ricordiamole. Ad alta voce, nel patto di corresponsabilità necessario e circolante tra individui e comunità.  

Vincitore del Premio Pieve Saverio Tutino 2004, indetto dall’omonimo Archivio Diaristico Nazionale, Ad alta voce integra testi di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Ivan Pedretti, segretario generale di Spi Cgil, Nicola Tranfaglia, storico e Umberto Santino, fondatore del Centro di Documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo. Un tutt’uno di forma e cuore, d’anima grande. Libro necessario, forte e intenso.

Erika Di Giulio

 

Ad alta voce

Il riscatto della memoria in terra di mafia

Antonina Azoti

Terre di Mezzo Editore, 2016

pp. 139

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