“Oh…”: Djian e la manipolazione della violenza

copertinaMichelle esamina il suo corpo. Tutto sommato poteva andarle peggio, quante se ne sentono in giro. Ma a lei no. Niente che una manica lunga e un pò di stucco non possano coprire. È ancora faccia a terra, ma mica singhiozza rannicchiata, non ha raccolto le gambe al petto, non si dispera Michelle, deve preparare la cena, è tardi, e non le è venuto neanche il mal di testa. Una bella fortuna. Ma chi sarà stato poi? Resta all’erta, giusto il gatto le sta sempre appiccicato, che vuoi farci, la solitudine è la sua unica salvezza.

Ex moglie di Richard in buoni rapporti, donna in carriera, amica, amante svogliata. Al suo bambino ostile e rancoroso non ci crede più. Oggi è un ragazzo che vuole fare l’adulto e combina solo guai, ma c’era da aspettarselo in fondo, durante la gravidanza se lo sarebbe quasi strappato di dosso, tale era il tormento. E ancora, figlia di un mostro assassino che marcisce in carcere e di una puttana, buona quella, con i nervi saldi solo per la chirurgia estetica. Ma le si vuole bene, per carità è la mamma, e insieme ne hanno passate tante, pure se in corpo c’ha più botox che anima e le piace portarsi a letto i giovanotti e mettersi la minigonna di pelle.

I legami sono una dannata complicazione, quelli di sangue in testa, figurarsi il resto. Una vita a pagare doppio, l’inferno dentro. Qui puoi impazzirci, e fuori c’è sempre qualcosa che non va. Le ore di sonno poi, non contano, ogni volta troppo poche. C’è una crepa in tutto, ma la luce da lì, non arriva e nessuna esperienza può dirsi mai fino in fondo totalizzante, neanche la maternità, nè l’amore, nè la famiglia. Il tempo non ti mette mai al riparo, nemmeno da te stessa. E allora non dici, non lamenti, non cerchi aiuto. Una furia lenta e implacabile soffia in tutte le direzioni.

Lo stupro ha risanato l’onnipotenza, non c’è che dire, e la smania delle perversioni. Compattando, animando, eccitando una scissione preesistente, insita in quella natura colpevole di peccatrice che ti ritrovi. Al netto del fallimento di tutti i meccanismi di protezione, la riconoscenza diventa una trappola e il paradiso artificiale è a un passo. È la pratica circolante di un abuso rimesso in atto, ad libitum, per sentirsi vivi. Stupro ammansito tra le mura domestiche a fuggire la paralisi della banalità, attraverso una riattivazione liberatoria della violenza carnale, che vorrebbe partorire una catarsi, ma non ci riesce. Recitato, replicato, rivissuto per consenso, ai danni di ogni ragionevolezza e dignità. Al tempo della riproducibilità tecnica più spinta, il male si normalizza e se ne accetta la vicinanza, il corteggiamento, l’accoglienza, gradendone tutto sommato le ricadute, anestetizzandone gli effetti, anzi minimizzando, alzando la posta, riattizzando il fuoco. Tanto è uguale, nessun dolore. Un bagno caldo aggiusta tutto e Io non piango. Mi faccio un gin tonic. Prima o poi tirerò il fiato.

“Oh…” è un ritratto incomodo di signora in interno borghese. Soliloquio allarmante, intenso, scolpito a vivo, sbattuto sul tavolo del chirurgo, alla vivisezione del bisturi perfetto, alla sincope dello stile, al taglio dell’inopportuno, della molestia, della tristezza infinita di ambienti affatto rassicuranti e familiari. Alla centrifuga indelicata delle inquietudini, della smania, del senso di inadeguatezza, indecifrabile e velenoso. Djian asciuga e strizza, raccontando l’usura dell’individuo nella perdita di controllo su corpo e desiderio. Arreso, ostinato, pugni contro carne, a stomaco vuoto, che il lavoro è lavoro, e a tavola, pure quando dovresti, non ti ci siedi mai.

Vittima e carnefice si danno il braccio e procedono su un terreno magmatico e indistinto di dannazione e trofismo esistenziale, affondandovi tragicamente fino al drammatico epilogo. Un universo di sommersi senza redenzione, privo di conforto, in cui il giorno e la notte restano uguali e il tempo sembra non passare mai come dovrebbe. È la bile postmoderna di un esistenzialista, che si mette alla spalle di una donna, stretta per i polsi macchiati dai soprusi e dalle passioni sbagliate e ne sposa la tensione irrisolta, feroce, selvatica, nell’impossibilità di affrontare a viso aperto una certa deviazione.

Oggi questa donna ha un volto. Isabelle Huppert infatti si è da poco guadagnata il premio César come miglior attrice protagonista e la candidatura all’Oscar e al Golden Globe, per Elle, film diretto dal regista olandese Paul Verhoeven e tratto dal romanzo “Oh…” di Philippe Djian. Lei, Michelle, femmina d’acciaio e poca fede, è stato impossibile non amarti almeno per un momento.

Erika Di Giulio

 

“Oh…”

Philippe Djian

Edizioni Voland, 2013

Traduzione di Daniele Petruccioli

pp. 176

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...