A Milano, con Nanni Moretti, Paolo e Vittorio Taviani

Tra la rievocazioni del passato e il presente di Cesare deve morire

CesareQuando si è sparsa la notizia della vittoria a Berlino di Cesare deve morire, le foto dei fratelli Taviani si sono moltiplicate in rete con grande gioia. Meritano, i due registi, sia il premio che l’entusiasmo dei fan, per le storie ordinarie e straordinarie che ci hanno saputo raccontare. La penultima, La masseria delle allodole, un’opera carica di pathos e commozione, che rende giustizia ad una vergognosissima pagina di storia vergognosamente dimenticata. Paolo Taviani però dice oggi, al cinema Anteo di Milano, che la loro idea di un film non nasce mai dal voler dare chissà quali messaggi (come sosteneva Rossellini: i messaggi, quelli, li porta il postino). La scelta iniziale è in parte inconsapevole e se poi alla fine il film ha un suo insegnamento, va bene così, ma non è ricercato fin da subito. È l’emozione, piuttosto, che sta alla base di una vicenda da raccontare, un’emozione autentica, forte, e non sono le suggestioni momentanee ed effimere da cui siamo spesso attraversati. Che sia un’emozione vera, intensa, l’ispiratrice di quest’ultimo film, beh, si vede!

In sala con loro c’è Nanni Moretti: è rilassato, sereno, pacifico come non mai. Il segreto? “Il film io l’ho solo distribuito, però mi sto prendendo tanti complimenti!”. È lì che vuole stanare Paolo e Vittorio Taviani sul loro passato e soprattutto sul cinema degli inizi, quando i loro film non li vedeva nessuno e quando giravano un’inquadratura a testa; non una sequenza, no, proprio un frammento ciascuno. Ride, Nanni Moretti, perché secondo lui nessun’altra coppia di fratelli del cinema (dai Cohen ai Dardenne) avrà mai fatto nulla di simile. Il gioco viene colto da Vittorio, che racconta gli esordi di Moretti, il suo ostinato proporsi e riproporsi, fino alla collaborazione e all’amicizia. Viene rievocata anche la vicinanza con Olmi, se pure il cinema dei Taviani non voglia elargire lezioni come quello olmiano (poi lo fa, eccome!). Una vicinanza tale che spesso la gente si congratula con loro per L’albero degli zoccoli e con Ermanno Olmi per Padre padrone. Vengono ricordati anche gli insuccessi condivisi con Bertolucci, tanto che il poeta Attilio consolava gli amici caparbi e un po’ strani del figlio, con il dovuto sostegno di padre e tanta incomprensione. E poi Marco Bellocchio, di cui Vittorio Taviani dice che ha diretto uno dei film più importanti del cinema italiano: I pugni in tasca.

Ma il pubblico sposta gli interventi sul film che ha appena visto, su quell’emozione che neanche il lunghissimo applauso in piedi è riuscito a stemperare, anzi pare averla intensificata. Vittorio Taviani cede il microfono, dice di essere troppo commosso e non può parlare subito. Simpatici questi due fratelli che non temono di usare così spesso le parole emozione, commozione, e sanno rivivere senza filtri i momenti drammatici di una regia così impegnativa.

In Cesare deve morire i detenuti del carcere di Rebibbia – zona di alta sicurezza – hanno recitato Shakespeare nei loro dialetti d’origine (meridionali, soprattutto, perché molti sono lì per reati mafiosi o simili); dandogli la loro voce e la loro lingua lo hanno trasformato, deformato, reso ancora più intenso, struggente e credibile. Quanto il teatro in carcere sia terapeutico lo dimostrano le scene dei provini. Veniva chiesto ai futuri interpreti di dare le generalità, una prima volta con disperazione, una seconda con rabbia. La riuscita attoriale di queste scene la dice lunga sul bisogno di esprimere le emozioni forti della detenzione, dell’abbandono. Piangevano e urlavano il proprio nome con i loro dati veri (anche se avrebbero potuto inventarne altri) quasi a voler chiamare le persone di fuori, ed affermare la propria individualità e la propria pena, dice Paolo Taviani.

Scena altamente drammatica è quella in cui compaiono sotto i loro volti la durata e il motivo della condanna; importane, per i registi, che lo spettatore non dimentichi che Bruto, Cassio, Antonio e Cesare non sono attori veri (l’interprete di Bruto, Salvatore Striano, invece, uscito dal carcere, lo è diventato). Hanno accettato di apparire in tutta Italia e altrove dichiarando gli anni da scontare e il reato (alcuni con la scritta “fine pena mai”), perché il percorso teatrale e cinematografico è stato in tutto e per tutto un processo di consapevolezza. Il film si chiude con l’interprete di Cassio che rientra in cella, con la doppia mandata della porta e la sua frase: “Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”. Poi si prepara un caffé solitario, prima dei titoli di coda.

Altra bellissima frase, che non compare più nel film, è stata: “Quando recito, mi sembra di potermi perdonare”. “L’autocoscienza li ha resi più forti, ma certo più disperati”, dice Vittorio Taviani. Tutto questo è raccontato senza retorica, con il dubbio legittimo che il bene fatto oggi ai detenuti possa far pesare ancora di più la pena domani.

Comunque, si esce dal cinema leggeri, dopo che i due maestri, un po’ scherzando sul passato, un po’ parlando seriamente del loro ultimo film, si sono rubati scambievolmente il microfono più di una volta. Forse da tempo hanno smesso di spartirsi i compiti in maniera maniacale, come nel ricordo di Nanni Moretti.

Margherita Fratantonio

Cesare deve morire

Regia: Paolo Taviani  e Vittorio Taviani

Sceneggiatura: Paolo Taviani e Vittorio Taviani

Interpreti: Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca, Juan Dario Bonetti

Produzione: Kaos Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema

Distribuzione: Sacher Distribuzione

Uscita: 2 marzo 2012

Durata: 77 minuti

voto: 4/5

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