Una separazione – E una nevrosi come tante (di Asghar Farhadi)

Una_separazione2

Come per l’ultima pellicola Il passato, il precedente film di Farhadi è stato accolto bene, insieme ai temi trattati, così vicini alla quotidianità, e per questo oltre modo scomodi. Un neorealismo iraniano, un moderno Ladri di biciclette mediorientale, in cui il furto più intollerabile non è un bene fisico, bensì la cocciuta fedeltà a se stessi e alla prigione che ci si costruisce con le proprie mani.

La separazione del titolo e dell’inizio è una semplice e complessa separazione matrimoniale, rappresentata già davanti al giudice, ma è facile supporre ciò che non viene raccontato. La coppia ci si presenta di fronte, in un ambiente spoglio, e sembra raccontare a noi, come se potessimo davvero giudicare, le ragioni del conflitto. Ad anticipare quella presa di posizione che non ci sarà possibile, d’ora in poi. Lei (Simin) vuole partire e portare con sé la figlia, lui (Nader) vuole rimanere a curare il padre che non lo riconosce più, ma verso il quale sente fortissimo il dovere di figlio “Non sa neanche che sei suo figlio” dice Simin, e lui risponde: “Ma io so che è mio padre”.

Il problema degli anziani, evidentemente, non è solo nostro, ma anche della società iraniana più laica, in cui la donna non si rassegna alla rinuncia della propria vita. Sono struggenti gli occhi di questo vecchietto inconsapevole che si posano sui litigi della coppia e sulle difficoltà nel gestire la sua assistenza. E’ commovente la sua intesa con la piccolina di Razieh, la badante che dovrà occuparsi di lui, quando la nuora se ne andrà di casa. L’unica vera comprensione è nell’intensità di questi sguardi, tra il candore della fanciullezza e lo spaesamento della vecchiaia estrema, quella che fa morire la mente prima del corpo, separandoli prima del tempo.

Gli adulti invece non si sanno osservare, parlare, ascoltare. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto nella loro rigidità, in nevrosi intensificate dalle situazioni difficili ed espresse nell’uso convulso della parola, pronunciata solo per dividere e mai per incontrarsi. Nader e Simin non sanno neanche proteggere la figlia undicenne, nel tentativo caparbio di fare il suo bene.

Una separazione che fa davvero male è quella riflessa negli occhi della ragazzina, Termeh, attraverso le sue lenti che sembrano un po’ proteggerla, un po’ attutire lo sforzo di comprensione verso genitori che si rimpiccioliscono sempre più e che le chiedono scelte troppo difficili, mentre loro controllano faticosamente solo la difesa dei loro principi. Eppure, non sono personaggi sgradevoli: sono semplicemente ritratti nel momento in cui non vogliono capire che la verità va cercata insieme agli altri (o all’altro) e non all’interno di certezze individuali assolute.

Le convinzioni si sclerotizzano quando vengono individuati i nemici esterni su cui proiettare i propri disagi: per Nader sono la sprovveduta (o forse no) Razieh, che ha abbandonato suo padre e potrebbe avergli rubato dei soldi, e il marito di lei, Hodjat, che denuncia Nader per aver spinto la moglie dalle scale e averle fatto perdere il bambino. Nader era a conoscenza della gravidanza di Razieh? Lo sapeva e l’ha spinta ugualmente? E Razieh è davvero sincera? E Hodjat, disoccupato e depresso, quanto è davvero convinto delle colpe di Nader, e quanto invece sta recitando una parte per guadagnar soldi?

In tutto il secondo tempo, verità e menzogna si intrecciano e si aggrovigliano, in versioni tutte giuste e tutte sbagliate. Gli uomini ci appaiono più ostinati, decisi a difendersi coi denti. D’altra parte, come potrebbe Nader cedere, al prezzo della prigione? Hodjat, da parte sua, credente o opportunista, non sa rinunciare alle sue sicurezze, o anche solo all’ipotesi di una somma che può farlo uscire dall’indigenza in cui sta facendo vivere la famiglia.

Sono personaggi statici, che nel corso della narrazione non si evolvono, non crescono, non imparano la lezione. Uguali a loro stessi, dall’inizio alla fine, e vittime del loro semplicistico male di vivere: Simin pensa di far tornare il marito da lei, negandosi, e di mettere a tacere “il nemico” offrendogli del denaro; Nader rimane offeso per l’abbandono di Simin senza capire che un po’ di morbidezza forse potrebbe farla tornare; Hodjat non vuole sentire ragioni se non quella di avere ragione; Razieh rimane ancorata ai dogmi religiosi per paura della catastrofe di una possibile trasgressione. Nader, Simin, Hodjat e Razieh sono ugualmente incastrati nella loro personale, irrinunciabile, nevrosi.
La protezione del Sé è talmente paralizzante che ad un certo punto del racconto si avverte la tensione cadere, poco prima dello scioglimento finale, che libera in parte noi, ma non Nader e Simin, i quali dovranno ancora fare i conti con il nodo della loro separazione.

Margherita Fratantonio

Una separazione

Regia:Asghar Farhadi

Sceneggiatura: Asghar Farhadi

Interpreti: Leila Hatami, Peyman Moaadi, Shahab Hosseini

Produzione: Asghar Farhadi

Distribuzione: Sacher Distribuzione

Durata: 123 minuti

Uscita: 21 ottobre 2011

Voto: 4/5

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...