Cover boy – Quando l’amicizia maschile sa essere profonda

cover boyPiccoli film si aggirano per l’Italia! Piccoli, per i limitati investimenti iniziali (oltre alle promesse non mantenute) e per le difficoltà distributive (Cover boy è stato realizzato solo in dieci copie); film che appaiono, sembrerebbero perdersi e poi fortunatamente ricompaiono, grazie ai premi e ai successi ottenuti all’estero.

E’ stato il destino di Jimmy della collina di Enrico Pau e del film di Giorgio Dritti Il vento fa il suo giro; storie sincere, narrate con semplicità e che colpiscono al cuore. Anche Cover Boy emoziona e non potrebbe essere diversamente: racconta l’immigrazione, il precariato, la solitudine, l’amicizia, l’ingiustizia sociale e sa farlo con durezza, ma con grazia nello stesso tempo. Merita, per tutto questo, la candidatura all’Oscar 2009, nella rosa dei cinque film italiani scelti.

Ioan  (Eduard Gabia) è un ragazzo rumeno di ventitre anni, arrivato in Italia senza soldi e senza protezione. Nell’antefatto del film c’è tutto il suo passato; una storia che s’intreccia con la Storia, un destino che incontra i Destini del mondo, la vita di un bambino e il suo futuro nelle mani dei potenti.

Mentre scorrono i titoli di testa, vediamo la costruzione del muro di Berlino e la sua caduta (e John Kennedy sorridente con la sua frase “Ich bin ein Berliner”) i presidenti Reagan e Bush, i fatti di Tien An Men, infine la rivoluzione in Romania e Ceausescu che tenta l’ultima difesa del potere.

Poi, per il taglio dei costi le scene hanno dovuto prendere una piega privata e forse è stato un bene. Ecco così che la rivoluzione rumena narrata a schermo intero continua sul televisore della casa di Ioan, dove lui, bambino, segue le notizie che si susseguono in un ritmo angosciante, con lo sguardo stupito che gli rimarrà fino alla fine del film.

Nella rivoluzione dell’89 perde il padre, che viene ucciso davanti ai suoi occhi, e poi lo rivediamo già ragazzo, mentre un amico lo convince a venire in Italia. Ha paura il nostro Ioan a lasciare le sicurezze, la madre, la sua stessa povertà.

Non lo dice, ma la partenza è un omaggio alla figura paterna, alla quale sono dedicati due flashback a dir poco struggenti. Magro, con un viso molto espressivo simile ad alcuni attori del nostro neorealismo, tiene il figlio per mano, mentre si promettono e ripromettono lunghi viaggi insieme.

Partire è per il padre un sogno antico e quando Ioan bambino dice che andrà per il mondo, lui gli risponde che sì, va bene, purché tornerà a raccontarglielo. Tenero Ioan quando all’inizio della storia, di fronte alle immagini rivoluzionarie in televisione, chiede se dopo l’arresto di Ceausescu potranno comprarsi una Mercedes con la quale poter finalmente viaggiare!

Non sappiamo niente invece del passato di Michele (Luca Lionello), l’uomo quarantenne che ospita Ioan prima con riluttanza e diffidenza, per poi diventarne amico e innamorarsene. Il tema dell’omosessualità però è lasciato da Carmine Amoroso sullo sfondo; suggerito appena da alcune delicate sequenze.

E’ la storia di un’amicizia, di due solitudini che si incontrano, e si aprono l’una all’altra (anche se nella profondità del dolore, per pudore, si richiudono), di due persone che cercano prima separatamente e poi insieme una vita normale, un posto nel mondo, la dignità di chi vuole lavorare e vivere onestamente.

E’ la storia di due uomini che sognano di aprire un ristorante nel delta del Danubio con i soldi risparmiati da lavori umili e precari, lavori che presto perderanno per lottare con la sopravvivenza quotidiana. Sono, in fondo, entrambi stranieri ed è Michele a dire che se non hai nessuno che ti tutela e non hai lavoro sei uno straniero in patria.

Diventa così anche la storia di una forte denuncia sociale: nei momenti più drammatici della vita di Michele sentiamo in sottofondo la voce dei potenti: quella del Papa che parla della gioia della comunità cristiana (mentre Michele tenta di vendere immagini sacre a San Pietro tra turisti distratti) e quella di Berlusconi (dal televisore) che nega la crisi attribuendola alla propaganda dell’opposizione. La crisi non esiste nella realtà, ma solo nella fantasia delle sinistre!

Tutto ciò ci disturba, tanto è irritante il contrasto tra il dolore individuale e le irresponsabilità politiche: non è che Michele non sappia vivere. E’ la società occidentale che mostra tutto il suo disastro, le sue insostenibili disuguaglianze sociali, messe in luce soprattutto nella seconda parte del film, quando Ioan si trasferirà a Milano, nel mondo della moda, del lusso, del cinismo e della totale insensibilità verso l’altro.

Da lì in poi però non vogliamo più raccontare. Ioan e Michele si dividono con la promessa di ritrovarsi, e non diciamo di più.

Perché il cuore di questa vicenda sembra essere proprio l’intensità dell’amicizia tra i due protagonisti, che riescono a sostenere, sostenendosi, la disperazione del quotidiano, in un’intimità fatta del primo piatto di spaghetti consumato insieme, del primo bagno di mare, del primo sogno sognato in due.

Solo così la bruttezza della periferia romana può essere compensata dalla fiducia in un futuro lontano, ma migliore; l’angustia della casa di Michele è luogo provvisorio, dal quale un giorno si partirà per aprire un ristorante italiano in Romania, in una sorta di emigrazione all’incontrario che è per loro l’unica soluzione possibile.

E’ una relazione fatta più di silenzi che di parole. Pochi i dialoghi veramente significativi: “Tu credi in Dio?” si chiedono sulla spiaggia. Ioan nel suo candore dice “Abbiamo disubbidito!” e Michele molto più scafato risponde: “Sono passati millenni e sta ancora incazzato?”.

Parlano poco della famiglia, di ciò che hanno lasciato (Ioan in Romania, Michele in Abruzzo); in casa stanno insieme ognuno nel proprio letto, ognuno con i propri pensieri. E’ uno stare insieme tipicamente maschile in cui più che i discorsi valgono i gesti, le azioni: Ioan che aggiusta la doccia o il televisore, Michele che cucina e fuma.

E poi c’è il loro girovagare per Roma con la vespa capricciosa di Michele: qualcosa di quotidiano che si fa intenso; e il solo farla ripartire quando s’inceppa è elemento di complicità. Michele con la faccia strafottente un po’ simile a Fonzie, Ioan con l’espressione pulita e lo sguardo sempre ingenuo, sorridente.

Ma ciò che le parole non dicono lo esprimono i primi piani sui volti, sugli occhi, soprattutto di Michele. E’ lui che viene ripreso più spesso da solo in casa, in una depressione che si fa sempre più intollerabile.

Alla solitudine dei due uomini si aggiunge quella di una donna: la padrona di casa, un’attricetta fallita, stizzosa, irritante. La interpreta Luciana Littizzetto e c’è da immaginare che all’estero questo personaggio sia molto piaciuto; per noi è invece difficile dimenticare l’espressione da ragazzina impertinente che accompagna il nostro appuntamento settimanale con lei la domenica sera, dopo cena.

Questa donna inacidita dalle delusioni non trova posto nella vita dei due uomini: troppo arrabbiata con il mondo, perde l’occasione di un po’ di compagnia e di compassione che potrebbe ottenere se solo si addolcisse un po’.

O forse nessun altro può entrare in questo gioco a due, che è ciò che caratterizza l’amicizia (e l’amore): un’esclusività che capita poche volte nella vita, solo e quando siamo disponibili a farla accadere.

Se infatti la casualità fa incontrare Ioan e Michele (e nulla, lo sappiamo, succede per caso), è il momento esistenziale che entrambi stanno attraversando ciò che darà profondità allo scambio, tanto che rimane intenso sempre, anche dietro la maschera autosufficiente di Michele, anche dopo che Ioan si sarà allontanato, portando via con sé la sua faccia d’angelo.

Margherita Fratantonio

Titolo: Cover boy – l’ultima rivoluzione

Regia: Carmine Amoroso

Sceneggiatura: Carmine Amoroso, Filippo Ascione

Interpreti: Eduard  Gabia, Luca Lionello, Luciana Littizzetto

Produzione: Filand, Paco Cinematografica

Distribuzione: Istituto Luce

Durata: 97 minuti

Data uscita: 21 marzo 2008

voto : 4/5

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