Ruggine – “Se lo raccontiamo ai grandi nessuno ci crede”: ma i grandi dove sono?

ruggineCominciamo dalla fine. Oltre i titoli di coda (non alzatevi, non abbiate fretta), Sandro, Carmine e Cinzia si incontrano in metrò. Il vagone vuoto e la macchina da presa sui loro volti, un po’ messi a fuoco, un po’ no. Sembrano guardarsi con la coda dell’occhio quasi a riconoscersi, ma forse è la fuggevole intesa tra persone ferite.
Anche l’’inicipit del racconto è dedicato a loro tre: prima Sandro e Cinzia bambini che si scambiano parole e tenerezze; poi Carmine che prende il loro posto, solo, ad occupare la stessa scena. Li rivedremo tutti e tre, adulti, in un montaggio nervoso e frammentato per tutta la durata del film. Cosa sia intercorso nei loro trent’anni di vita non si sa. Carmine, il capobanda da ragazzino, è un Valerio Mastandrea ritratto al bar, mentre beve, fuma e spara sentenze sulla sua vita da emarginato. Sandro è Stefano Accorsi: gioca con il figlioletto in una lotta che non ha niente di gioioso – sarà perché è buio, sarà perché noi già sappiamo. Cinzia (Valeria Solarino) compare più tardi, insegnante d’ arte, in uno scrutinio squallidissimo con colleghi altrettanto squallidi.
I passaggi tra le scene degli anni Settanta e quelle di oggi sono un po’ troppo veloci (a tratti confusi), a generare per tutto il primo tempo un effetto straniante a danno della narrazione. Ma poi arriva lui: Filippo Timi, il pediatra pedofilo, l’orco assassino, il mostro, l’uomo nero in carne e ossa. All’inizio è ripreso di spalle o di profilo con il volto al buio e avremmo preferito rimanesse sempre così, in ombra. Poi, tragicamente, lo vediamo anche in viso e ne subiamo i mugugni, i rumorii, i sospiri, i deliri. E’ troppo. Diciamolo, davvero troppo. Perde presto in credibilità un maniaco che si comporta da maniaco, la parodia del matto che consuma i delitti vicino casa e si fa scoprire dagli stessi bambini.
“Se lo raccontiamo ai grandi nessuno ci crede” dice Cinzia, ma anche noi spettatori ci crediamo poco. Le bambine uccise e le scene del loro adescamento sarebbero bastate a suggerire il danno sui personaggi da piccoli e da adulti. E quella mercedes ripresa sempre dal basso, lo scatto violento della portiera, i passi del mostro che si avvicinano, mentre la bimba è lì, indifesa, risvegliano già tutte le nostre angosce, dal Cappuccetto Rosso dell’infanzia alle notizie di cronaca accumulate nel tempo.
E’ un cinema duro e senza sconti quello di Daniele Gaglianone; coraggioso. Ma quando il tabù della pedofilia, così difficile da trattare, viene esposto senza filtri, si rischia il distacco emotivo dello spettatore, il quale, non foss’altro per difesa, se ne allontana per reggere il resto della vicenda.
Inoltre, il dolore, la violenza, la tragedia dell’infanzia che si sedimentano, che si fanno appunto, ruggine, riaffiorano con eccessiva facilità nella giornata di Sandro, Carmine e Cinzia. La ruggine invece va scrostata dall’anima pazientemente, meticolosamente. Sembra quasi che i protagonisti vivano uno svelamento in simultanea: quello che la psicoterapia definisce insight e che non si sperimenta tanto facilmente. Ma come, così? Basta per Cinzia parlare in consiglio di classe di una sua alunna probabilmente abusata per tirare fuori di colpo tutta la sua rabbia? E a Carmine simulare la scena che ha cambiato la sua vita? A Sandro urlare come un ossesso fino a far spaventare, davvero, il suo bambino? C’è un eccessivo automatismo tra le scene da ragazzini e quelle da adulti, un legame causa effetto che convince poco, perché i traumi che si sedimentano nell’inconscio, prendono in realtà vie tortuose, e quando riemergono non sono così riconoscibili. Si travestono, si camuffano, si nascondono.
Eppure, Daniele Gaglianone non è portato alla semplificazione. Basta rivedere il suo film uscito l’anno scorso, Pietro. Anche questa una storia di angoscia, di immagini che non scivolano via neanche a volerlo, ma con un protagonista psicologicamente molto più riuscito, nella difesa della sua dignità, e nello straziante disagio esistenziale.
Credibilissime, e molto belle, invece in Ruggine le scene dei bambini che giocano nella desolazione di un luogo spettrale e arrugginito, quel “castello” che farebbe paura a chiunque, ma non a loro, perché lì si ritrovano e si sfidano. Fragili e spavaldi, vicino casa giocano a un due tre stella e lontano si organizzano in banda. Sono ammesse anche le femmine, anche i più piccoli, in un’appartenenza allargata che comprende i diversi accenti della recente immigrazione.
Del tutto assenti i genitori, tranne quelli di Sandro, che infatti sembra il meno compromesso nella sua vita da quarantenne (ma non dovrebbero avere cinquant’anni i bambini degli anni Settanta?). Non si vede il padre di Carmine, responsabile, secondo lui, di aver assecondato il suo rifiuto dello studio. Non si vede la madre di Cinzia, ma la si intuisce distratta da quello che dice la bimba: “Qui le donne pensano solo a fare la salsa e i figli”. Carmine e Cinzia con genitori latitanti da bambini sembrano ora pagare più di tutti le spese della tragedia che li ha accomunati da piccoli. Forse un eccesso di determinismo, ma questo non ci infastidisce, perché è molto, molto vicino alla vita reale.

Margherita Fratantonio

Ruggine

Regia: Daniele  Guaglianone

Sceneggiatura: Daniele Guaglianone, Giaime Alonge, Alessandro Scippa

Interpreti: Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi, Valeria Solarino, Filippo Timi

Produzione: Fandango e Zaroff in collaborazione con Rai Cinema

Distribuzione: Fandango

Durata: 109 minuti

Uscita: 2 settembre 2011

voto: 3/5

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