Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi Una narrazione tutta femminile

 

vogliamo anche le rose

La scena iniziale di Vogliamo anche le rose merita assolutamente di essere raccontata. In un’ambientazione dai colori rosa e azzurro confetto, appare una leziosissima ragazza anni ’50 (gioiosa, nel volto l’espressione della speranza). Si avvicina con fiducia a una sfera di cristallo nella quale è racchiuso il suo futuro; ma, orrore, all’interno della sfera vede una ragazza che balla su un prato, completamente nuda. La nostra giovane donna sbarra gli occhi e si copre il viso con le mani. Non sa che sta assistendo al festival del proletariato giovanile di Milano. Re Nudo. Parco Lambro. 1975/1976.

Gli anni che Alina Marazzi invece ci racconta nel suo film vanno dal ’67 (reso con la lettura del diario di Anita, diciannovenne milanese timida, introversa) al 79, raccontato dalla voce di Valentina, trentenne romana e militante femminista, totalmente assorbita dalla volontà di conciliare una sana vita di coppia con l’impegno collettivo. Tra loro c’è Teresa, giovane ragazza del Sud costretta ad abortire clandestinamente (siamo nel ’75) poco prima del referendum.

Sono storie vere quelle di Anita Teresa e Valentina. Le date (67/75/79) potrebbero far pensare ad una successione ordinatamente cronologica, ma di ordinato in senso tradizionale nel film non c’è nulla. Anzi, l’intento sembra quello di mettere insieme i materiali più disparati, fino ad ottenere un risultato singolare, con una compostezza tutta sua.

Dopo la scena coloratissima dell’inizio, un bianco e nero cittadino stile Truffaut. Le inchieste televisive così ingenue da sembrare preistoria e pagine della rivista femminile Grand’Hotel con una canzone, Le signorine da marito, buffa, ma buona per istruirci sull’Italia di allora. Vale la pena riportare almeno le prime due strofe

Alla sottana di mammà
sempre attaccate in verità
le signorine da marito
con l’occhio pien d’ingenuità
trapelan la verginità
da tutti i pori del vestito

Compresa da tanto candor
la mamma vuol spiegare allor
come s’acquista un buon partito
e fin dalla prima lezion
imparan tutto a menadito
le signorine da marito

La canzone è degli anni 20, ma le copertine di Grand’Hotel che si susseguono nel film fanno pensare che poco sia cambiato nei decenni successivi. E non solo in Italia. Basta leggere il romanzo Memorie di una reginetta di provincia di Alix Kates Shulman del1972, che Einaudi ha ripubblicato a luglio di quest’anno. E’ l’America degli anni Sessanta quella in cui la protagonista può crescere davvero solo ricorrendo alla spregiudicatezza, solo a patto di ridicolizzare il conformismo familiare, i pregiudizi sessisti della società e il messaggio di sua madre, delle madri: le brave ragazze devono far di tutto per meritarsi un buon marito. E’ quello un tempo, un luogo in cui “ai ragazzi insegnano che è debolezza aver bisogno di una donna, alle ragazze che la loro forza è conquistare un uomo”. (!)

Il romanzo fece scalpore allora, come Paura di volare di Erica Jong (1973),come il nostrano Porci con le ali di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera (1976) o i film Ultimo tango a Parigi (1972), Helga (1967), e con ben altro spessore la trilogia di Pasolini: Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte.

Pasolini così spiega le sue opere: “In un momento di profonda crisi culturale che fa addirittura pensare alla fine della cultura – che infatti si è ridotta, in concreto, allo scontro, a suo modo grandioso, di due sottoculture: quella della borghesia e quella della contestazione ad essa – mi è sembrato che la sola realtà preservata fosse quella del corpo. Protagonista dei miei film è stata così la corporalità popolare. Il simbolo della realtà corporea è infatti il corpo nudo: e, in modo ancor più sintetico, il sesso. I rapporti sessuali mi sono fonte di ispirazione anche di per se stessi, perché in essi vedo un fascino impareggiabile, e la loro importanza nella vita mi pare così alta, assoluta, da valer la pena di dedicarci ben altro che un film”.

Le critiche alla trilogia di Pasolini furono spietate, anche da parte della sinistra che lo accusò di aver rinunciato ai suoi contenuti politici. Resta il fatto che il sesso nella filmografia degli anni ’70, così come nella letteratura e nella vita, viene raccontato, esibito, forse perché resta ancora l’ultimo tabù da infrangere e quindi la provocazione più forte. La libertà sessuale, la liberazione sessuale paiono l’arma più tagliente contro un mondo ancora rigido che difende se stesso a tutti i costi.

Era una società che, senza il divorzio, giustificava ancora il delitto d’onore (rivedere Divorzio all’italiana per credere), e in cui il diritto di famiglia recitava norme oggi a dir poco inconcepibili. Forse per questo il risveglio delle coscienze non poteva prevedere mezze misure.

Non è stato semplice per le giovani donne di allora affermare la volontà di individuarsi, come sempre avviene quando il conflitto è stridente e l’unica strada percorribile si trova nella polarità opposta. Niente compromessi, dunque, ma una via obbligata, quella della dissacrazione di ciò che altrimenti era impossibile scalfire. Ci sono voluti coraggio, e una buona dose di sofferenza, per smascherare le ipocrisie, infrangere modelli culturali resistenti come castelli fortificati.

No, non è stato semplice per le giovani donne di allora. Molte di loro sono state colte dal cambiamento in una fase del ciclo vitale al confine tra l’adolescenza e la giovane età adulta, un momento in cui il processo individuativo non è ancora del tutto compiuto. Erik Erikson, teorico delle fasi psicosociali, definisce l’inizio dell’età adulta come il periodo della ricerca assoluta d’intimità, il cui fallimento può condurre alla profonda solitudine. E’ il momento della tendenza affiliativa, delle relazioni amorose, delle amicizie per sempre.

In questo le donne sono riuscite ad affidarsi totalmente al gruppo, l’unico in grado di rendere sostenibili le scelte di rottura definitiva con la famiglia d’origine e con i suoi valori.
Ragazze ancora più giovani sono state investite dall’ondata rivoluzionaria in piena adolescenza e tutti sappiamo, non lo dice soltanto Erikson, quanto questo sia il periodo della ricerca identitaria che spesso si fa confusione di ruoli, conflitto, ambivalenza.

E’ molto tenera nel film la ragazza intervistata al Parco Lambro: dice di non capire più niente, di essere stata sull’orlo del suicidio con la madre da una parte che le raccomanda la verginità e dall’altra i coetanei maschi che sentenziano: se non la dai a tutti i compagni sei una piccola borghese, oltre che frigida.

Come questo, molti altri materiali di repertorio utilizzati da Alina Marazzi possono farci sorridere – gustosa la pagina di fotoromanzo in cui Paola Pitagora fa da testimonial alla pillola anticoncezionale. Ma dietro la leggerezza delle immagini, così come dietro una varietà di effetti (che spesso sortiscono un risultato straniante) è facile cogliere la drammaticità delle scelte di allora. Vogliamo anche le rose non è una narrazione nostalgica, bensì una paziente e sapiente raccolta di verità femminili; brani autentici che nell’apparire a tratti casuali sanno stare garbatamente insieme, in armonia.

E’ un film voluto certo per non dimenticare, in un presente ancora contraddittorio perché, come la stessa autrice afferma: “Le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alle rose. Ed è una battaglia ancora più che attuale”. Purtroppo.

Margherita Fratantonio

Vogliamo anche  le rose

Regia: Alina Marazzi

Sceneggiatura: Alina Marazzi

Interpreti: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti

Produzione: MIR cinematografica, Rai cinema

Distribuzione: Mikado film

Durata: 85 minuti

Uscita: 7 marzo 2008

Voto: 4/5

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