Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti – e ogni cosa prima o poi ritorna

il vento 2

Ben venga il passaparola quando ci regala un film come questo, che altrimenti si sarebbe perso nell’incomprensibilità della distribuzione cinematografica. Stavo quasi per dire un piccolo film, ma poi ho cambiato idea, perché non può definirsi piccola una storia che ci coinvolge nei temi di sempre, quali le scelte di vita, per esempio.

L’argomento più appariscente è certo quello dell’accettazione o del rifiuto verso il forestiero, e all’inizio non sembra importante quanto lo straniero lo sia davvero. In fondo, Philippe (Thierry Toscan) arriva dalla vicinissima Francia in Occitania, ma è solo in virtù del suo non essere “per fortuna” né meridionale, né albanese, che viene accolto a Chersogno.

Non subito. Quando all’inizio entra in un bar a chiedere se c’è una casa in affitto, i primi piani sugli avventori del locale non fanno presagire nulla di buono. Curiosità, ma soprattutto diffidenza. La paura del nuovo piano piano si dissolve grazie all’intraprendenza del sindaco che riesce a convincere gli abitanti su come l’arrivo di gente da fuori sia un’opportunità e non una disgrazia, non una profanazione. Philippe viene dai Pirenei dove si era stabilito in precedenza, ma è “uno che ha studiato”, che da insegnante si è improvvisato pastore, e stranamente ha avuto successo.

Il villaggio si lascia coinvolgere nel dare una mano ai nuovi arrivati (Philippe ha moglie e tre bambini). In molti aiutano la nuova famiglia nei lavori collettivi di risistemazione della casa e della stalla che richiamano un’antica usanza occitana: il ruiedo, una sorta di mutuo soccorso in casi di bisogni estremi. Non tutti ci stanno: alcuni restano a coltivare il seme del risentimento e saranno loro, alla fine, ad averla vinta.

Certo è eccessiva l’accoglienza da parte di Chersogno: in notturna gli abitanti ricevono i forestieri con le fiaccole accese, con tanto di discorso ufficiale e cena collettiva. Come eccessiva sarà la cattiveria di dopo, così senza scampo da costringere Philippe e la sua famiglia ad andarsene.

Tutto il film sembra giocato sui contrasti, su quelle polarità che ricalcano gli estremi presenti in ognuno di noi. Il primo, più evidente contrasto è tra la pace dei luoghi e l’accensione della rabbia, tra l’apparente tranquillità e il rancore che trattenuto esplode.

Gli altri (inferno o paradiso, diceva Sartre) si muovono dal sospetto dell’inizio, al rifiuto finale, attraversando l’accoglienza piena, senza vie di mezzo. La domenica della pacificazione vuole essere l’ultimo tentativo di conciliare Chersogno e Philippe, una pace impossibile dal momento in cui due delle sue capre sono state violentemente uccise e si è passati dall’ avvertimento alla vendetta.

“Il vento fa il suo giro ed ogni cosa prima o poi ritorna”, ripetuto almeno tre volte durante il film, potrebbe sembrare una citazione del Tao, una bella massima orientale, di quelle che ci invitano a lasciar andare gli eventi, ad affidarci al tempo che nella sua circolarità contiene la sapienza della vita, a non accanirci contro il destino e gli eventi. E invece no.

“Il vento fa il suo giro e prima o poi ritorna” esprime per gli abitanti di Chersogno la necessità di ricongiungersi con la situazione di partenza, ma come se nulla fosse intercorso, in un immobilismo che sembra l’unica maniera di preservare il luogo da cambiamenti destabilizzanti, ignorando la consapevolezza delle diversità, degli opposti che arricchiscono.

Dal punto di vista del linguaggio i contrasti sono resi fin dall’inizio con ambienti luminosissimi, aria trasparente e interni angusti (la prima scena, in macchina, è l’uscita da un tunnel, dal buio alla luce, appunto): luce e buio, apertura e chiusura, dentro e fuori.

Ma il contrasto più sofferto è quello che tocca le scelte profonde della vita.

Da una parte quella di Philippe che ha lasciato la scuola (per troppa burocrazia e per le cose inutili che si insegnano ai ragazzi: e chi può dargli torto!) e ha nutrito di realtà il suo sogno: il sogno di una vita più libera, se pure faticosa, a contatto con la natura. Certo sembra un reduce dagli anni Settanta, con i suoi discorsi che non solo in Occitania (purtroppo!) risultano ormai così superati.

Però è coerente, inoffensivo, anzi quasi una presenza angelica, di quelle che fanno bene all’umore, di quelle che non devono ogni momento saldare conti col passato e subire il peso delle frustrazioni. Ricorda molto il personaggio olmiano di Centochiodi (e Diritti, lo sappiamo è allievo di Olmi) che abbandona con gesti eclatanti il mondo della cultura, i simboli del benessere per rifugiarsi in un luogo solitario, lontano dalla civiltà.

Dall’altra parte c’è la scelta di Fausto. Fausto è un musicista, un intellettuale, l’unica persona colta di Chersogno, vittima di una tirannia lavorativa fitta di impegni che non gli corrispondono più. E’ ritratto in un momento di crisi e si pensa che l’incontro con Philippe, così diverso da lui, possa funzionare da facilitatore di un possibile cambiamento.

Alla fine Fausto torna invece a subire lo strapotere della sua impresaria, e si giustifica dicendo che ci sono coerenze che non sempre si possono capire. Resterà coerente anche alla logica di Chersogno che pretende da Philippe delle scuse per un reato non commesso.

Tante volte al cinema, più volte nella nostra vita, abbiamo visto il confronto tra due scelte di vita così diverse. Al cinema e nella letteratura i personaggi di solito vivono un’evoluzione; nella vita non sempre. Nella vita si preferisce rimanere fedeli a noi stessi, a come siamo conosciuti, a come ci conosciamo.

In questa storia che è di un realismo estremo, Fausto non utilizza l’incontro con il suo contrario, l’incontro con l’ombra, e ritorna ad essere quella persona che secondo Philippe ha paura di non essere adeguata alla vita.

Di Philippe invece cosa ne sarà? Di lui e della sua bella famiglia? Non sappiamo, anche perché il momento della partenza non è reso attraverso l’espressione dei volti. Il regista che ci ha elargito primi piani per tutta la durata del film, qui, forse per pudore, ritrae solo le gambe dei francesi che salgono in auto, e l’automobile che si allontana, così com’era arrivata.

Poi Diritti sembra non volersi congedare e affida ad altre scene il compito di concludere la narrazione. Prima di tutte, quella molto triste del suicido del ragazzo ritardato.

Non ne abbiamo parlato prima. E’ una presenza costante nel villaggio (ogni tanto compare, sdraiato su una panchina, seduto sui tetti di fronte alla luna, più spesso in una corsa con le braccia aperte su e giù per il paese e per i prati). Un testimone muto, appena tollerato dagli abitanti, che trova nei francesi una famiglia adottiva; forse con loro ha finalmente cominciato a volare e, senza di loro, non ha più voglia di mimare il volo o di mimare il vento, chissà!

E, forse perchè nessun accadimento passa senza lasciare il segno, i due ragazzi giovani di Chersogno fanno finalmente la scelta importante della loro vita: lei parte, lui decide di rimanere e ci offre l’ultima sequenza in cui accende la stufa nella casa desolatamente vuota dei francesi.

Un gesto di continuità con gli insegnamenti di un padre diverso da quello che gli è toccato in sorte: come a dire che la continuità è un valore solo se coincide fino in fondo con i nostri più autentici desideri, ed è dannosa (tutto il film ce lo ha dimostrato) quando è lì ad ispessire i nostri timori, giustificandoli.

Margherita Fratantonio

Il vento fa il suo giro

Regia: Giorgio Diritti

Sceneggiatura: Giorgio Diritti, Fredo Valla

Interpreti: Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni Foresti

Produzione: Simone Bachini, Mario Chemello e Giorgio Diritti per Aranciafilm, Imago Orbis Audiovisivi

Distribuzione: Indipendente

Durata: 110 minuti

Uscita: 4 maggio 2007

voto: 4/5

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